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Francesco: imparare a mettersi nelle scarpe degli altri

Published By   /   March 1, 2017  /   Comments Off on Francesco: imparare a mettersi nelle scarpe degli altri

MIL OSI

Source: The Holy See in Italian

Headline: Francesco: imparare a mettersi nelle scarpe degli altri

2017-02-28 Radio Vaticana

Gli ultimi, i poveri, i senzatetto, i migranti, l’elemosina e la prossima visita a Milano al centro dell’intervista rilasciata da Papa Francesco a Scarp de’ tenis, la rivista di strada italiana non profit legata alla Caritas. Tanti gli aneddoti raccontati dal Santo Padre. I migranti che arrivano in Europa – è il pensiero del Santo Padre – scappano dalla guerra e hanno diritto ad essere accolti e integrati senza ghettizzazioni con la virtù cristiana della prudenza. Il servizio di Paolo Ondarza:

Occorre imparare “la grandezza di mettersi nelle scarpe degli altri”. Giocando sul nome del giornale che lo intervista Francesco riconosce che “è molto faticoso mettersi nelle scarpe degli altri, perché spesso siamo schiavi dell’egoismo” e, di fronte a chi vive un dolore come un lutto, preferiamo dire solo parole.
Imparare a mettersi nelle scarpe degli altriA volte  – ammette – un cristiano interpellato da chi cerca conforto, “ascolta, ma non capisce”. “Mettersi nelle scarpe degli altri significa servizio, umiltà, magnanimità”. In alcuni casi nelle baraccopoli c’è più solidarietà che nei quartieri del centro e forse nei rioni poveri la “droga si vede di più, ma solo perché negli altri quartieri è più coperta e si usa con i guanti bianchi”. 
Vedere i senza tetto come persone, non come caniLa prima cosa che il Papa dice quando incontra un senzatetto è “Buongiorno, come stai?”. Loro, racconta, “capiscono subito quando c’è vero interesse”. “Si può vedere un senzatetto e guardarlo come una persona, oppure come fosse un cane”. Francesco ricorda che a Buenos Aires non ha mai pensato di cacciare via una coppia di senza dimora che abitava  sul marciapiede dell’arcivescovado. In molti dicevano: “sporcano la curia”, ma in queste situazioni – commenta– occorre avere grande umanità perché la vera “sporcizia è dentro”, mentre queste persone hanno grande dignità. 
Fare l’elemosina toccando le mani e guardando negli occhiIl Santo Padre si dice tra l’altro soddisfatto di come le parrocchie e le strutture ecclesiali italiane hanno accolto il suo recente appello ad aprire le porte ai poveri. Fare l’elemosina – spiega ancora – è sempre giusto. “Certo non è una buona cosa lanciare al povero solo degli spiccioli. È importante aiutare chi chiede guardandolo negli occhi e toccando le mani”. Se si teme di “donare dei soldi” a chi poi “li spende per bere un bicchiere di vino è bene chiedersi se quel bicchiere di vino sia l’unica felicità che gli è rimasta nella vita”. 
Accogliere migranti in fuga da guerra e fameFrancesco torna ancora sul tema a lui caro dei migranti: “quelli che arrivano in Europa scappano dalla guerra o dalla fame. E noi siamo in qualche modo colpevoli perché sfruttiamo le loro terre ma non facciamo alcun tipo di investimento affinché loro possano trarre beneficio. Hanno il diritto di emigrare e hanno diritto ad  essere accolti e aiutati”. Ma l’accoglienza – è la sua raccomandazione – va fatta con la virtù cristiana della “prudenza”, ovvero accogliendo coloro che numericamente “si possono accogliere”, ma soprattutto integrandoli. “Se i migranti non si integrano, vengono ghettizzati”, aggiunge Francesco citando il caso degli attentatori di Zaventem in Belgio, migranti di seconda generazione relegati in un ghetto. Virtuoso secondo il Papa l’esempio di integrazione offerto dalla Svezia.
“Mi manca possibilità di uscire per strada”Il Successore di Pietro racconta poi della sua famiglia di migranti, come quasi tutte in Argentina, Paese dove “il dialogo interreligioso è la norma”: “i miei nonni e mio papà avrebbero dovuto partire alla fine del 1928, avevano il biglietto per la nave Principessa Mafalda, nave che affondò al largo delle coste del Brasile. Ma non riuscirono a vendere in tempo quello che possedevano e così cambiarono il biglietto e si imbarcarono sulla Giulio Cesare il 1 febbraio del 1929. Per questo sono qui”. Quando il pensiero va a Buenos Aires Francesco confida: “Una cosa che mi manca tanto è la possibilità di uscire e andare per strada”. E a Milano, città pronta ad accoglierlo a fine marzo, dove è stato solo una volta di passaggio, il Papa spera di “trovare tanta gente”.
(Da Radio Vaticana)

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