<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>MIL OSI &#8211; Italian-Language ForeignAffairs</title>
	<atom:link href="https://italian-language.foreignaffairs.co.nz/category/mil-osi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://italian-language.foreignaffairs.co.nz</link>
	<description>MIL-OSI: Data &#62; Intelligence &#62; News</description>
	<lastBuildDate>Wed, 12 Aug 2026 10:34:27 +0000</lastBuildDate>
	<language>en-US</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	

<image>
	<url>https://italian-language.foreignaffairs.co.nz/wp-content/uploads/2024/10/cropped-MIL-round-logo-300-copy-1-32x32.png</url>
	<title>MIL OSI &#8211; Italian-Language ForeignAffairs</title>
	<link>https://italian-language.foreignaffairs.co.nz</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Papua Nuova Guinea, il miracolo dell’unità ecclesiale nel Paese delle 800 lingue</title>
		<link>https://italian-language.foreignaffairs.co.nz/2026/08/12/papua-nuova-guinea-il-miracolo-dellunita-ecclesiale-nel-paese-delle-800-lingue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[MIL OSI Publisher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 10:34:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AM-NC]]></category>
		<category><![CDATA[DJF]]></category>
		<category><![CDATA[Italian Language]]></category>
		<category><![CDATA[MIL OSI]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://italian-language.foreignaffairs.co.nz/2026/08/12/papua-nuova-guinea-il-miracolo-dellunita-ecclesiale-nel-paese-delle-800-lingue/</guid>

					<description><![CDATA[MIL OSI &#8211; Source: The Holy See in Italian Cristian Sieland (personal collection) di Marie-Lucile KubackiPort Moresby (Agenzia Fides) – Mentre la Diocesi di Bougainville sta già da tempo celebrando lo storico traguardo dei 125 anni dell’arrivo dei primi missionari cattolici, i tre mesi di festeggiamenti per il giubileo culmineranno in un grande evento in ... <a title="Papua Nuova Guinea, il miracolo dell’unità ecclesiale nel Paese delle 800 lingue" class="read-more" href="https://italian-language.foreignaffairs.co.nz/2026/08/12/papua-nuova-guinea-il-miracolo-dellunita-ecclesiale-nel-paese-delle-800-lingue/" aria-label="Read more about Papua Nuova Guinea, il miracolo dell’unità ecclesiale nel Paese delle 800 lingue">Read more</a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://milnz.co.nz/mil-osi-aggregation/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">MIL OSI</a> &#8211; </p>
<p>Source: The Holy See in Italian</p>
<p>Cristian Sieland (personal collection)</p>
<p>di Marie-Lucile KubackiPort Moresby (Agenzia Fides) – Mentre la Diocesi di Bougainville sta già da tempo celebrando lo storico traguardo dei 125 anni dell’arrivo dei primi missionari cattolici, i tre mesi di festeggiamenti per il giubileo culmineranno in un grande evento in programma nella Regione Settentrionale dal 14 al 17 agosto 2026.Fiorita a partire dai primi arrivi dei missionari Maristi a Pokpok (1901) e Buin (1903), la Chiesa locale è cresciuta come “Chiesa nascente”, sostenuta da catechisti laici durante la Seconda Guerra Mondiale e il conflitto civile di Bougainville degli anni Novanta, fino a diventare una vivace diocesi di oltre 200.000 battezzati cattolici distribuiti in 35 parrocchie.Il momento chiave della fase conclusiva delle celebrazioni coinciderà con la visita pastorale di del Cardinale Luis Antonio Tagle, che presiederà la solenne Messa di Giubileo il 16 agosto nella Cattedrale di Nostra Signora dell’Assunzione a Hahela. Il suo itinerario di quattro giorni a Buka comprende anche visite del Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione alle parrocchie locali e a presìdi della pastorale sanitaria, incontri con i leader regionali e la benedizione di un nuovo edificio diocesano.In occasione di queste celebrazioni, Padre Christian Sieland, Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie, riflette per Fides sulla storia dell’annuncio del Vangelo in Papua Nuova Guinea.Può innanzitutto raccontarci qualcosa in più sulla sua storia personale?Parlo come una persona che ha avuto il grande privilegio di crescere in Papua Nuova Guinea durante un’epoca in cui la nostra Chiesa locale era composta per quasi il 90% da missionari stranieri. Mio padre era un missionario laico assunto da Misereor in Germania e ha lavorato al fianco di sacerdoti, religiosi e religiose per oltre 20 anni. Oggi faccio parte di un clero locale che si trova in un periodo cruciale di transizione: il passaggio da una Chiesa missionaria a una Chiesa pienamente locale.Personalmente, credo che i valori più vitali che ho ereditato siano il rispetto e la gratitudine. La nostra generazione moderna ha perso parte del suo legame con il passato; molti giovani oggi faticano a parlare le lingue locali vernacolari, comunicando solo in Tok Pisin e in inglese. Promuovendo un profondo rispetto e una sincera gratitudine, i valori locali possono essere preservati e le virtù del Vangelo integrate in modo significativo nella vita delle persone. In questo senso, l’inculturazione è un cammino continuo.Nei nostri programmi di formazione, ricordiamo costantemente ai nostri catechisti locali, ai responsabili laici e ai sacerdoti di non dimenticare mai la propria eredità culturale e di fare davvero proprio il messaggio del Vangelo. La fede si è radicata con successo, ma deve crescere ancora più in profondità per portare quelle trasformazioni sociali radicali necessarie a guarire completamente piaghe profonde come le accuse legate alla stregoneria, la poligamia e le lotte tribali.- La storia della sua famiglia è strettamente legata a quella dell’evangelizzazione in Papua Nuova Guinea. In che modo la testimonianza dei suoi parenti papuani e dei missionari ha influenzato la sua vocazione sacerdotale?Dopo aver terminato le scuole superiori in Germania, sono stato arruolato per il servizio militare. Tuttavia, seguendo la mia coscienza cristiana, ho scelto di fare obiezione di coscienza. Mi sono invece unito aVerbiti (Società del Verbo Divino) come giovane volontario missionario attraverso un programma chiamato “Missionar auf Zeit” (Missionario per un periodo). Questo programma permetteva ai giovani dei Paesi di lingua tedesca di acquisire un’esperienza missionaria pratica da 9 a 15 mesi in un territorio di missione.Poiché desideravo prestare servizio in Papua Nuova Guinea, ho svolto lì il mio servizio di volontariato dal settembre 1999 al dicembre 2000. Il contatto diretto con la comunità internazionale dei missionari SVD, e in particolare le forti amicizie nate con alcuni di loro, hanno fatto nascere la mia chiamata al sacerdozio. Senza quell’incontro, oggi non sarei un sacerdote.Provengo inoltre da una famiglia cattolica molto impegnata. Senza il duro lavoro dei miei genitori, che ci hanno cresciuto consapevolmente nei valori cristiani, non avrei risposto a questa chiamata. Quindi, la mia vocazione è stata plasmata in primo luogo dalla testimonianza della mia famiglia e, in secondo luogo, dai missionari che si sono dedicati instancabilmente all’evangelizzazione del nostro popolo.- Ripercorrendo oltre 120 anni di presenza cattolica, quali tappe principali individua nel cammino dalle prime stazioni missionarie a una Chiesa oggi guidata in gran parte da clero locale?Sulla base delle mie conoscenze, dell’esperienza pastorale e della riflessione storica, direi che attualmente ci troviamo di fronte alla quarta o quinta generazione di persone che hanno accolto il Vangelo da quando è stato predicato dai pionieri. I primi missionari giunti nella nostra regione hanno messo piede sulle nostre terre all’inizio degli anni ’30. La mia parrocchia d’origine, Denglagu, è stata in assoluto la prima stazione missionaria cattolica fondata nell’intera regione degli Altopiani (Highlands) della Papua Nuova Guinea, creata nel 1934. Da quella base, i missionari si sono spinti oltre, verso altri territori degli Altopiani.Prima degli anni ’30, la nostra gente non aveva alcun contatto con il mondo esterno, e ciò ha reso storico quel momento: è stato il nostro “1492”. Nel 2034 celebreremo i 100 anni di evangelizzazione negli Altopiani.La presenza della Chiesa ha portato anche servizi sociali essenziali e uno sviluppo strutturale nel nostro Paese. Dopo la Seconda Guerra Mondiale — che fu del tutto disastrosa per la nostra Chiesa locale e per varie congregazioni missionarie — arrivò una seconda ondata di missionari per ricostruire le infrastrutture distrutte. La terza e la quarta generazione di missionari sono arrivate negli anni ’70 e ’80.Gli anni ’90 hanno segnato una svolta fondamentale con un aumento significativo delle vocazioni indigene, e il loro numero si è ampliato ulteriormente negli anni 2000. È qui che si inserisce la nostra attuale generazione nella guida delle comunità. Oggi siamo una Chiesa locale in transizione. Ciò significa che dobbiamo imparare a essere autosufficienti e fiduciosi nella nostra unica identità cristiana di Chiesa melanesiana. È questa la grande priorità che avremo davanti nei prossimi anni: con il calare del numero di missionari stranieri, le aspettative su di noi, clero locale, nel prendere la piena responsabilità e guidare la comunità continueranno a crescere.- In un Paese caratterizzato da una forte diversità culturale e tribale, quali considera le urgenze da affrontare per edificare l’unità all’interno della Chiesa, e quali sviluppi positivi le danno speranza?Il nostro Paese è a ragione descritto come una delle nazioni culturalmente più diversificate della Terra. Siamo una società tribale che vanta oltre 800 lingue ed etnie distinte. È un bellissimo miracolo che, come giovane Paese, siamo riusciti a celebrare 50 anni di indipendenza (1975–2025) come nazione unita, democratica e prevalentemente cristiana — nonostante le significative sfide sociali, tribali, economiche e politiche.Credo fermamente che il fattore di unificazione più potente nel nostro Paese sia la nostra identità cristiana. Questa unità è ancora più viva all’interno della Chiesa, dove persone di ogni estrazione, regione e tribù si riuniscono come un’unica famiglia. È forte vedere momenti in cui individui provenienti da tribù storicamente rivali siedono allo stesso tavolo e collaborano in squadra in un consiglio pastorale parrocchiale.Fin dall’inizio dell’evangelizzazione, le Chiese hanno svolto un ruolo cruciale nell’unire le mille tribù della Nuova Guinea. Sebbene l’unità nazionale sia ancora un cantiere aperto, la Chiesa ha fatto un lavoro eccezionale nel gettare le basi e nel nutrire un’identità nazionale condivisa, fornendo scuole e centri sanitari aperti a tutti, indipendentemente dalle appartenenze tribali.Le principali sfide a questa unità derivano dalle divisioni politiche e dal persistere di usanze ancestrali, come la legge del taglione (“occhio per occhio”), che può innescare cicli infiniti di conflitti e guerre tribali.- Le credenze tradizionali, comprese le paure legate alla stregoneria e al mondo degli spiriti, rimangono molto presenti in alcune aree. In che modo la Chiesa cerca di accompagnare le persone con rispetto, aiutandole al contempo ad approfondire la comprensione del Vangelo?Le credenze tradizionali, le accuse legate alla stregoneria, la violenza e un rapporto basato sulla paura nei confronti del mondo degli spiriti rimangono diffusi in molte parti del Paese, anche tra i cattolici praticanti. La Chiesa è una delle poche istituzioni che si accosta ai sistemi di credenze tradizionali con sensibilità pastorale, rimanendo al contempo fermamente ancorata alla verità su quelle pratiche culturali che sono del tutto incompatibili con la fede cristiana.La posizione cattolica è intransigente: non possiamo vivere autenticamente da cattolici continuando a nutrire credenze nella stregoneria e nei malefici. La Chiesa si oppone con fermezza anche alla poligamia, che rimane comune, in particolare tra gli uomini benestanti.Per affrontare questo problema, la mia diocesi, insieme a molte altre, gestisce dei centri pastorali. Questi centri organizzano corsi e seminari in stretta collaborazione con ONG e ministeri governativi per formare i leader ecclesiali e i volontari della comunità. I partecipanti vengono preparati per diventare promotori e consiglieri a sostegno delle vittime di violenza domestica, di accuse legate alla stregoneria e di altre problematiche sociali strutturali. Inoltre, alcuni ricevono una formazione specifica nella risoluzione dei conflitti e nella mediazione di pace, e vengono inviati direttamente nelle zone in cui sono in corso guerre tribali.Attraverso queste iniziative, la comunità ecclesiale accompagna attivamente le vittime della violenza e, al contempo, sensibilizza la comunità per sradicare le pratiche tradizionali nocive. Lavoriamo per aiutare le persone ad accogliere la forza trasformatrice della verità, dell’amore e del perdono evangelici. La situazione non è ancora perfetta, ma la Chiesa sta aprendo la strada nell’opera di tutela, protezione e formazione umana.- In Papua Nuova Guinea c’è una ricca diversità di tribù e culture. In base alla sua esperienza, quali opportunità e quali sfide crea questa diversità per la costruzione della comunione all’interno della Chiesa?Posso parlare di questa realtà attingendo a piene mani dalla mia esperienza pastorale come ex parroco. Le sfide sono quotidiane. La nostra realtà è molto diversa dalle società multiculturali europee, dove persone provenienti da Paesi del tutto differenti migrano per vivere e lavorare insieme. In Papua Nuova Guinea la diversità è interna: siamo composti da tribù ed etnie diverse che condividono un patrimonio melanesiano comune. Pertanto, il nostro primo tassello unitario dovrebbe naturalmente essere la nostra condivisa identità melanesiana. Tuttavia, nella pratica, raramente è così semplice, perché siamo ancora fortemente legati a un sistema tribale complesso e radicato nel territorio.Questa immensa diversità dovrebbe essere vista come una profonda benedizione. Può essere valorizzata dalla Chiesa per dimostrare che, proprio come le diverse parti di un corpo formano un tutt’uno, le nostre distinte identità tribali possono contribuire in modo unico all’unità sia della Chiesa che della nazione indipendente.Un bell’esempio di questa unità è il nostro beato nazionale, San Pietro ToRot. Sebbene fosse originario di Rabaul (Nuova Britannia), ogni cattolico della Papua Nuova Guinea lo rivendica con orgoglio, dicendo: “È uno di noi”. La sua specifica origine tribale e regionale passa in secondo piano perché è morto come catechista, martire e cattolico. Questo dimostra le incredibili opportunità che abbiamo per costruire una vera comunione.Laddove le guerre tribali continuano a devastare alcune regioni, le Chiese sono costantemente in prima linea nella mediazione, guidando i colloqui di pace e gli sforzi di riconciliazione. Poiché la popolazione locale si fida spesso molto più dell’integrità della Chiesa che dei propri leader politici, i nostri seminari di formazione per i mediatori di pace comunitari hanno un impatto straordinario.Abbiamo ancora un lungo cammino da percorrere per realizzare un senso perfetto di unità nazionale e spirituale. Tuttavia, la Chiesa ha tracciato con successo la strada. Con continua pazienza e perseveranza, sono fiducioso che questa dedizione costante porterà infine i suoi frutti in una riconciliazione e in un’unità durature. (Agenzia Fides 12/8/2026)<br />Condividi:</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
