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Il Sottosegretario Mantovano alla cerimonia per il conferimento della benemerenza di protezione civile alle Centrali remote per il soccorso sanitario di Pistoia e Torino

Il Sottosegretario Mantovano alla cerimonia per il conferimento della benemerenza di protezione civile alle Centrali remote per il soccorso sanitario di Pistoia e Torino

MIL OSI

Source: Government of Italy

Intervento del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, alla cerimonia per il conferimento della benemerenza di protezione civile alle Centrali remote per il soccorso sanitario di Pistoia e Torino, per le attività svolte a favore delle popolazioni colpite da eventi emergenziali in Italia e all’estero.

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Buongiorno a tutti, vi ringrazio molto per l’invito.
Ringrazio il Capo Dipartimento Fabio Ciciliano e saluto tutti voi, in particolare le autorità, il Prefetto Lamberto Giannini, i vertici della Protezione Civile e tutti i volontari presenti.
Questa cerimonia, come tutta la settimana che sta per concludersi, ha il senso, come ha sottolineato il Prefetto Ciciliano, di rendere chiaro in modo completo, organico, che cos’è la Protezione Civile in Italia.

È anzitutto un modello e, usando parole chiave che sono emerse sia dall’intervento di Ciciliano che dal vostro video informativo, è coordinamento, lavoro di squadra, è unire in modo coordinato le varie forze in campo quando vi è una necessità che rientra nel perimetro della Protezione Civile. Ed è un modello anche per altre nazioni e per questo viene studiato, per essere applicato e realizzato al di fuori dei nostri confini. Devo dire, è un modello anche per l’azione quotidiana del Governo italiano, che spesso al suo interno ha delle tendenze “centrifughe”, per cui riuscire a coordinare sforzi, iniziative, attività che sono tutte lodevoli ma che risultano più efficaci se si fanno insieme, è qualcosa che impegna e che richiede anche degli esempi virtuosi, qual è quello della Protezione Civile.

Questo modello non vale solo in sé. Vale, come è stato ricordato, per affrontare i nodi più critici della quotidianità. È stato fatto l’esempio di Gaza, un esempio sul quale io vorrei ritornare, perché è veramente cruciale. C’è un modo di approcciarsi a Gaza, l’abbiamo visto nelle scorse settimane, polemico, chiassoso, sostanzialmente poco concludente. E c’è un modo per approcciarsi a Gaza più silenzioso, più nascosto, molto più rischioso perché comporta che si entri nel territorio. Un modo che richiede un gran lavoro di preparazione, che ha coinvolto non soltanto la Protezione Civile, ma anche il personale dei Ministeri degli Esteri, della Difesa, della Salute, e tanti altri protagonisti, ma che ha portato a un risultato importantissimo. Un risultato di pace e di speranza: condurre qui in Italia decine e decine di bambini che probabilmente sarebbero morti in quell’inferno, con loro i loro familiari. Questo è un ponte di pace che dall’Italia viene costruito verso una zona così disastrata, per far intendere che su quella zona non piovono soltanto bombe, non piove soltanto distruzione e fiamme, ma piove anche quella solidarietà di cui l’Italia è capace, anche grazie agli sforzi della Protezione Civile.

C’è un altro esempio, sempre di prospettiva, che ha un grande rilievo politico, tanto più grande quanto più è stato sostanzialmente ignorato, perché mentre i media inseguono il chiasso, le polemiche, il clamore, accade che il sistema Italia, e quindi anche in questo caso il Ministero degli Esteri, il Ministero dell’Università e la Protezione Civile, organizzino da Gaza, tramite la Giordania, l’arrivo in Italia di decine e decine di giovani palestinesi provenienti da quell’area, che in Italia hanno borse di studio, che in Italia quindi si formeranno.

Viene da chiedersi, proprio alla luce delle polemiche spesso inutili, come sono tutte le polemiche dei giorni scorsi, se sia più utile per la Palestina e per Gaza evocare, quasi in modo ossessivo, il riconoscimento immediato dello Stato della Palestina, o provare a formare quella che sarà la futura classe dirigente per il futuro Stato della Palestina. È la differenza tra l’ideologia e la realtà, quella realtà con cui la Protezione Civile fa i conti quotidianamente. E fa i conti quotidianamente per superare un gap che noi come Occidente, come Europa, abbiamo da decenni: quello di essere capaci di affrontare eventi bellici, di lottare contro il terrorismo, di ottenere anche successi contro il terrorismo, ma di essere drammaticamente incapaci – parlo dell’Occidente in generale, l’Italia è una felice eccezione – di essere tragicamente incapaci di costruire la pace e quindi di costruire quelle condizioni che permettono che gli eventi bellici non si moltiplichino e che alla sconfitta del terrorismo in Iraq, in Afghanistan e in altri scenari così difficili, poi non segua la ripresa di questo fenomeno. Perché? Perché non si è andati in profondità e non si è pensato oltre, non si è pensato al momento in cui si interveniva per sradicare il male, a come costruire la pace. La Protezione Civile un contributo in questo senso l’ha dato, ed è un contributo importante.

Tornando all’Italia e concludendo: non è un caso che il Dipartimento della Protezione Civile sia incardinato nella Presidenza del Consiglio. Perché la gestione degli eventi eccezionali richiede le competenze più varie e quindi richiede poi che si abbia una visione costantemente completa e allargata di tutti i soggetti in campo in modo da poter allestire quello che è necessario.
Non dimentichiamo poi che la Protezione Civile non interviene soltanto nei disastri o nelle sciagure, ma anche per rendere possibili grandi eventi positivi, come quelli legati alla fede.
Siamo ancora nell’Anno Santo, un anno caratterizzato dalla successione di due Pontefici e quindi dall’enorme sforzo che è stato fatto per garantire assoluta sicurezza sia per i funerali di Papa Francesco sia per l’intronizzazione di Papa Leone, così come per garantire la sicurezza, la serenità, di tutti per il Giubileo dei giovani.

Quando questo accade, sembra scontato che debba accadere così. Ma gli operatori della Protezione Civile sono i primi testimoni dello sforzo che è necessario invece per realizzare queste condizioni. Sembra scontato che sia così perché uno dei paradossi del lavoro che fanno, come in generale del lavoro che fanno le forze di polizia e tutti coloro che a vario titolo si occupano della sicurezza degli italiani, è che se tutto va bene nessuno se ne accorge. Però qualcuno deve attestare che tutto va bene. E quindi una occasione come questa serve non ad autocelebrarsi, che sarebbe una cosa del tutto fuori luogo e anche fuori dallo stile della Protezione Civile e del sistema di sicurezza italiano, ma a far conoscere quei fatti che rendono quel modello un modello, ripeto, non soltanto per il Governo italiano o per l’Italia, ma per tutto il mondo, di cui tutto il mondo è grato.
Grazie ancora a tutti.