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Source: The Holy See in Italian
giovedì, 9 luglio 2026
Archdiocese of Lahore
di Paolo AffatratoLahore (Agenzia Fides) – In Pakistan il dialogo interreligioso “non è una scelta opzionale, ma è una necessità”. Da questa convinzione parte il ministero pastorale dell’arcivescovo di Lahore, Khalil Rehmat OFM Cap, frate cappuccino chiamato a guidare una delle comunità cattoliche più antiche e significative del Paese. Nominato dal Papa Arcivescovo metropolita di Lahore il 10 marzo 2026, Rehmat ha ricevuto il pallio dal Pontefice il 29 giugno scorso – nella celebrazione nella Basilica di San Pietro in cui ha consegnato l’insegna liturgica a 35 nuovi arcivescovi, nominati nel corso dell’ultimo anno. Nell’anno in cui ricorre l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi (1226-2026), proclamato da Papa Leone XIV “Anno giubilare francescano” (10 gennaio 2026 – 10 gennaio 2027) – celebrato in Pakistan con grande devozione e anche con incontri interreligiosi – in un colloquio con l’Agenzia Fides mons. Rehmat rilegge il carisma del santo di Assisi come una bussola per orientare la missione della Chiesa pakistana tra sfide quotidiane, cura del creato, testimonianza evangelica e costruzione della pace.L’arcidiocesi di Lahore, definita la “diocesi madre” del Punjab, raccoglie oltre mezzo milione di cattolici in una metropoli abitata da circa 33 milioni di persone, a larga maggioranza musulmana. Qui la presenza cristiana affonda le sue radici nelle missioni gesuite del XVI secolo e poi, dalla fine dell’Ottocento, è stata profondamente plasmata dall’opera dei Frati Minori Cappuccini, ai quali fu affidata la diocesi nel 1888. Oggi la guida dell’Arcidiocesi è affidata proprio a un cappuccino pakistano, segno della maturità raggiunta dalla Chiesa locale.Secondo Rehmat, la spiritualità francescana conserva una sorprendente attualità ed è un patrimonio comune dei battezzati: “La spiritualità di San Francesco è sempre fonte di ispirazione per tutti, non solo per i suoi seguaci della famiglia francescana, sacerdoti e suore, ma a per tutti i fedeli”, osserva. Il santo di Assisi, sottolinea, aveva intuito già otto secoli fa il rapporto di fraternità che lega gli uomini tra loro e gli uomini con l’intero creato: “Invitava l’umanità a considerare questo universo come la nostra ‘casa comune’, e ad apprezzare ogni essere umano e ogni creatura come fratello e sorella. Essendo una persona semplice e con il cuore secondo Dio, San Francesco ha indicato all’umanità la via per non cadere in una crisi dei rapporti umani – oggi pesantemente segnati da guerra e violenza – e in una crisi ecologica”.L’eredità francescana si intreccia con il magistero pontificio sulla custodia del creato: “Papa Leone, e prima di lui Papa Francesco con l’enciclica Laudato si’, sottolineano chiaramente che la Madre Terra è la nostra casa comune e dobbiamo prendercene cura. Non siamo i padroni di questa terra e delle sue risorse, siamo amministratori. E, in spirito di condivisione e di responsabilità, siamo chiamati a garantire la vita alle generazioni future”, afferma l’Arcivescovo.Ma è soprattutto sul terreno delle relazioni tra le comunità religiose che la testimonianza francescana assume in Pakistan un valore concreto e cruciale: “Il dialogo interreligioso non è un’opzione per noi. È una necessità, è un nostro bisogno”, spiega, ricordando l’esempio di San Francesco che fece visita e andò a dialogare con il Sultano. In un Paese dove i cristiani rappresentano una esigua minoranza, “costruire rapporti di fiducia quotidiani con la maggioranza musulmana significa contribuire alla convivenza dell’intera società”, nota.”Il Pakistan è un Paese bellissimo. Amiamo i suoi paesaggi, la sua cultura, il suo cibo, la gente e riceviamo tante benedizioni dalla nostra amata patria. Ma le crisi e i problemi ci sono”, riconosce il frate. Per questo, aggiunge, “l’intera conferenza episcopale e le comunità francescane stanno facendo un lavoro meraviglioso nel costruire armonia sociale, pace, fraternità”. L’impegno continua anche grazie all’eredità lasciata da figure come il cappuccino padre Francis Nadeem OFM Cap, alfiere del dialogo interreligioso, scomparso nel 2020, oggi raccolta da padre Nakash Azam, direttore diocesano per il dialogo interreligioso.Le difficoltà non mancano nel contesto sociale pakistano. I cristiani continuano a vivere situazioni di discriminazione sociale ed economica, restano vulnerabili agli abusi della legislazione sulla blasfemia e alle conversioni e ai matrimoni forzati che colpiscono soprattutto le ragazze appartenenti alle minoranze religiose. A questo si aggiungono povertà, analfabetismo e la necessità di mantenere elevate misure di sicurezza intorno alle chiese e ai quartieri cristiani.Di fronte a queste sfide, mons. Rehmat indica e sceglie la via della collaborazione con le istituzioni e con tutte le persone di buona volontà: “Riconosciamo che ci sono dei problemi, come quello delle ragazze cristiane rapite e date in spose a uomini musulmani, o come episodi di violenze sui cristiani. Ma nel Paese le istituzioni, i politici, le organizzazioni sociali, i leader religiosi islamici e tante persone comuni riconoscono questa sfida, ci appoggiano e credono nella giustizia. Per questo lavoriamo in stretta collaborazione con i capi musulmani, che sono nostri fratelli, con le istituzioni del governo. Questa è la nostra patria, questo è il nostro Paese. Crediamo che, affrontando insieme questi problemi, gradualmente le cose possano migliorare, proprio grazie allo spirito di collaborazione che costruisce il bene comune”.Nonostante le difficoltà, ciò che più colpisce il Pastore di Lahore, arrivato nella città del Punjab dopo i primi anni di ministero episcopale nel Vicariato Apostolico di Quetta, è la vitalità della comunità cattolica: “La fede qui è vitale, è molto forte. Ma vorrei notare che non c’è una Chiesa in Pakistan che non sia giovane. Siamo una comunità vibrante, che il Signore guarda con benevolenza e ricolma di doni”, afferma. I giovani con meno di 30 anni rappresentano circa il 60% della popolazione pakistana e, secondo i vescovi del Pakistan, costituiscono anche circa il 60% della comunità cristiana. Nelle diocesi pakistane i giovani sono particolarmente presenti – ricorda l’Arcivescovo – “nella liturgia e nell’animazione delle celebrazioni, nei gruppi biblici e di preghiera, nelle attività della Caritas e del volontariato, nei programmi di dialogo interreligioso, impegnandosi nei movimenti giovanili diocesani e nazionali”. “La presenza di bambini, adolescenti e giovani famiglie è uno dei segni più evidenti della vitalità della Chiesa pakistana ed è fonte della nostra speranza per il futuro”, rileva.In una terra dove i cristiani sono una comunità piccola – prosegue – la testimonianza della Chiesa di Lahore continua a esprimersi attraverso il servizio, il dialogo e la fraternità. Nello spirito di San Francesco, conclude l’Arcivescovo, “la pace nasce dalla convinzione che ogni persona è un fratello o una sorella e la nostra terra appartiene a tutti”. Con questo spirito di predicare e praticare la pace, la Chiesa continua a servire la società attraverso scuole, università, opere sanitarie, programmi di formazione professionale e iniziative umanitarie della Caritas, che beneficiano cittadini di ogni appartenenza religiosa. “L’opera di istruzione – ricorda l’Arcivescovo – e pastorale resta il principale strumento per rompere il circolo della povertà e della marginalizzazione”.Guardando al suo ministero episcopale, iniziato nella diocesi di Quetta e che oggi prosegue a Lahore, l’Arcivescovo affida la sua missione a Dio con lo spirito del Magnificat: “Voglio ringraziare Dio, come fa Maria col Magnificat, per il bene che ha fatto a me a tutta la comunità. Il Signore ha fatto grandi cose per noi e santo è il suo nome”. E conclude: “Metterò tutto il mio impegno per servire l’Arcidiocesi di Lahore con tutto il cuore, in vincolo collegiale con gli altri vescovi e in obbedienza al Papa. Sono qui per prendermi cura della fede del popolo di Dio. La mia priorità è la cura pastorale dei fedeli: celebrare per loro e con loro i sacramenti, nutrire la speranza, incoraggiare la carità e spronare i miei sacerdoti a lavorare in unità”.(Agenzia Fides 9/7/2026)
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