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Source: The Holy See in Italian
venerdì, 28 agosto 2026
OMIworld
p. Pawel Kubiak OMI e fedeli turkmeni
Ashgabat (Agenzia Fides) – “All’inizio di questo incredibile percorso, provo soprattutto gioia, ma anche un forte senso di responsabilità. Ogni nuovo incarico, specialmente uno come quello di superiore della missione, comporta una certa inquietudine e l’interrogativo se si sarà all’altezza di ciò che è stato affidato”, dice all’Agenzia Fides padre Paweł Janusz Kubiak, missionario polacco degli Oblati di Maria Immacolata (OMI), da poco nominato dalla Senta Sede nuovo Superiore della Missio sui iuris in Turkmenistan. E aggiunge: “Guardo a questa nuova missione soprattutto attraverso la lente della fiducia in Dio. Il mio percorso sacerdotale mi ha dimostrato più volte che Dio guida l’uomo in modo diverso da come egli stesso avrebbe pianificato. Un tempo volevo diventare cappellano in un carcere e lavorare in Polonia, mentre Dio mi ha condotto prima in Ucraina, poi nel Caucaso settentrionale in Russia e in Crimea, e successivamente in Turkmenistan”. “Oggi – prosegue – posso dire che la Volontà di Dio sa sorprendere e condurre l’uomo in luoghi a cui prima non aveva nemmeno pensato. Per questo accetto con fiducia questo nuovo incarico. Sono consapevole della responsabilità, ma provo anche gioia nel poter continuare a servire la Chiesa e il Popolo di Dio”.La Chiesa in Turkmenistan è una comunità molto piccola, di circa 300 fedeli, è una comunità giovane e si trova in una fase in cui sta ancora costruendo le proprie strutture. “In tutto il Paese siamo pochi e per questo ogni persona, ogni famiglia, che entra a far parte della nostra comunità è per noi molto importante”, nota. In tali circostanze, la presenza e la testimonianza di vita assumono un significato particolare: “Non disponiamo di grandi strutture né di un gran numero di sacerdoti. È quindi ancora più importante stare con le persone, incontrarle, dialogare con loro, ascoltarle e mostrare con la propria vita che cos’è e cosa significa avere fede”. P. Kubiak si dice felice di vedere “persone che si preparano ai sacramenti, partecipano all’Eucaristia e desiderano conoscere e amare sempre di più Cristo. Questa è la Chiesa, che ha bisogno di tempo, pazienza e, soprattutto, di una presenza costante e fedele”.Ma come si svolge la vita di un cattolico o di un sacerdote in una realtà così remota? “La nostra quotidianità è molto semplice, ma allo stesso tempo impegnativa. Ci sono la preghiera, l’Eucaristia, la confessione, la catechesi e la preparazione dei fedeli ai sacramenti. Dedichiamo molto tempo anche alle conversazioni e agli incontri con i fedeli”, riferisce. “In Turkmenistan – rileva – la pastorale non può limitarsi solo a ciò che accade nella cappella. È molto importante essere presenti tra la gente. A volte basta semplicemente sedersi, parlare, ascoltare i problemi di qualcuno. Anche in questo modo annunciamo il Vangelo”.Una seconda parte, molto importante, è l’aiuto ai bisognosi: “Grazie all’attività della Caritas possiamo distribuire cibo, medicinali o altri aiuti a chi si trova in situazioni difficili. Abbiamo anche allestito un luogo dove i senzatetto possono fare il bagno e lavare i propri vestiti”, racconta. “Per me questo legame è molto importante: l’annuncio della Buona Novella va di pari passo con l’aiuto concreto alle persone. Il cristianesimo non può essere solo parole. Se possiamo aiutare qualcuno, vogliamo farlo”.Il sacerdote avverte “la grande responsabilità per l’intera missione” ma, osserva, “non vorrei guardare a questo ministero esclusivamente attraverso la lente di grandi piani o nuovi progetti. Per me è fondamentale portare avanti ciò che è già stato avviato dagli Oblati di Maria Immacolata, che hanno lavorato qui per quasi 30 anni, accompagnando con pazienza lo sviluppo della giovane Chiesa in Turkmenistan”, continuando nella pastorale e proseguendo l’attività della Caritas. “Soprattutto, non sono da solo: lavorerò insieme ai miei confratelli, padre Diego e padre Adrian. Questa è una missione di tutta la Chiesa e una responsabilità comune. Vogliamo semplicemente essere presenti, servire le persone e fare ciò per cui Dio ci manda”, conclude.La piccola comunità cattolica nel paese centroasiatico guarda con fiducia anche ad alcuni passi concreti compiuti negli ultimi anni. Nel 2025 il trasferimento della sede principale della missione ha permesso di realizzare una cappella più grande e di predisporre uno spazio separato per le attività della Caritas, dove vengono distribuiti alimenti, medicinali e altri aiuti per le persone senza fissa dimora. Oggi in tutto il Turkmenistan sono presenti tre sacerdoti cattolici; la missione, affidata agli Oblati di Maria Immacolata, resta una realtà piccolissima in un Paese vastissimo e caratterizzato da grandi distanze. La sproporzione tra l’entità della comunità e l’ampiezza del territorio rende particolarmente significativo il compito dei missionari: una presenza quotidiana, fatta di preghiera, ascolto, testimonianza e vicinanza concreta alle persone.La presenza cattolica in Turkmenistan è relativamente recente. Dopo l’indipendenza del Paese dall’Unione Sovietica, nel 1997 Papa Giovanni Paolo II istituì la Missio sui iuris del Turkmenistan, affidandola ai missionari Oblati di Maria Immacolata (OMI). Per i primi tredici anni la presenza dei missionari fu ammessa soltanto nell’ambito della rappresentanza diplomatica della Santa Sede: i cattolici si riunivano nelle abitazioni private e la messa veniva celebrata sul territorio della Nunziatura apostolica ad Ashgabat. Nel 2010 il governo turkmeno riconobbe ufficialmente la presenza della Chiesa cattolica, aprendo una nuova fase della sua vita pubblica. Oggi, a quasi trent’anni dalla sua istituzione, la Missio sui iuris rimane una realtà piccola ma stabile.(PA) (Agenzia Fides 28/8/2026)
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