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Source: The Holy See in Italian
sabato, 3 ottobre 2026
© UNICEF/Royena Rasnat
Kuala Lumpur (Agenzia Fides) – Il rimpatrio dei Rohingya verso il Myanmar torna al centro dell’attenzione internazionale. In Malaysia è iniziata il 29 settembre una prima operazione di rimpatrio di circa 1.500 cittadini del Myanmar, all’interno di un programma che potrebbe riguardare fino a 5.000 persone. In Bangladesh, invece, dove vivono oltre 1,2 milioni di Rohingya fuggiti soprattutto dall’ex Birmania dopo la repressione militare del 2017, il ritorno resta ancora lontano: le Nazioni Unite continuano a ritenere che nello Stato di Rakhine non esistano le condizioni per un rimpatrio volontario, sicuro, dignitoso e sostenibile.Il punto di partenza è il diritto dei Rohingya di poter tornare nella loro terra, ma il percorso immaginato dai due Paesi ospitanti è differente. La Malaysia procede attraverso un accordo bilaterale con il governo del Myanmar, presentando i rientri come “volontari”. Il Bangladesh insiste sulla necessità di creare prima le condizioni politiche, giuridiche e di sicurezza che rendano possibile un ritorno effettivo e duraturo.Kuala Lumpur ha organizzato il trasferimento di 1.476 cittadini del Myanmar, partiti il 29 settembre su due navi della Marina birmana accompagnate da una nave ospedale e identificati dalle autorità del Myanmar. Il Myanmar ha precisato che l’operazione riguarda cittadini la cui nazionalità è stata verificata e non necessariamente i Rohingya, molti dei quali non possiedono la cittadinanza birmana. Il piano più ampio, concordato da Kuala Lumpur con Naypyidaw, prevede il possibile rientro di 5.000 Rohingya, ma non è nota l’effettiva composizione dei gruppi e le modalità del rimpatrio.La scelta della Malaysia nasce anche da una situazione interna sempre più complessa, dato che il paese ospita circa 200mila rifugiati registrati provenienti dal Myanmar, tra cui un numero molto consistente di Rohingya, ma non è firmatario della Convenzione di Ginevra del 1951 e non dispone di un sistema nazionale di riconoscimento dello “status di rifugiato”.In tal scenario il primo ministro Anwar Ibrahim ha scelto una linea di coinvolgimento diretto con le autorità birmane per organizzare la ricollocazione dei profughi esponendosi a critiche: oltre 160 organizzazioni della società civile hanno chiesto di fermare le deportazioni dei Rohingya, denunciando il rischio che persone rimpatriate possano trovarsi nuovamente esposte alla violenza o al reclutamento forzato. Anche l’Alto Commissariato Onu per i Rirugiati (Acnur) ha precisato di non essere coinvolto nell’operazione e ha ribadito che il Myanmar non offre attualmente “condizioni adeguate” per un ritorno sicuro.La questione ha dimensioni diverse in Bangladesh. Nei campi di Cox’s Bazar vivono quasi 1,2 milioni di Rohingya, dopo nove anni di esilio. L’Acnur sottolinea che una generazione intera sta crescendo nei campi e che le condizioni per un ritorno volontario, sicuro, dignitoso e sostenibile non esistono ancora.Il primo ministro bangladese Tarique Rahman ha presentato il 23 settembre alle Nazioni Unite un piano in cinque punti che prevede: una tabella di marcia credibile per il rimpatrio volontario; la fine delle violenze nello Stato di Rakhine; finanziamenti umanitari concordati; maggiore responsabilità internazionale; cooperazione regionale contro tratta di esseri umani, traffico di armi e reti criminali.Dacca continua a ricordare che l’origine della crisi è in Myanmar e che quindi la soluzione deve essere trovata in Myanmar; nel contempo chiede alla comunità internazionale di non lasciare solo il Bangladesh nel sostenere una popolazione che, dopo quasi un decennio, continua a dipendere in larga misura dagli aiuti umanitari.Il principale ostacolo per il rimpatrio è oggi la situazione nello Stato di Rakhine, da cui proviene la maggior parte dei Rohingya rifugiati in Bangladesh. Il territorio è diventato uno dei principali fronti della guerra civile birmana e vi sono scontri tra l’esercito del Myanmar e l’Arakan Army che ha conquistato parte del Rakhine occidentale e controlla ormai quasi tutte le aree nelle quali vivevano i Rohingya. Per questo governo centrale del Myanmar può negoziare il riconoscimento della cittadinanza e lo status giuridico dei rimpatriati, ma non controlla effettivamente tutto il territorio nel quale queste persone dovrebbero tornare. In queste condizioni, l’idea di un ritorno di massa appare difficilmente compatibile con i criteri indicati dalle Nazioni Unite.Rimane aperta, poi, la questione della cittadinanza. La legge birmana del 1982 ha lasciato la grande maggioranza dei Rohingya privi di cittadinanza, con le connesse questioni relative allo status giuridico, alla libertà di movimento e all’accesso ai diritti fondamentali. Per questo l’Acnur continua a indicare condizioni precise per un ritorno sostenibile: sicurezza, libertà di movimento, accesso ai servizi essenziali, possibilità di costruire mezzi di sussistenza e un percorso verso la cittadinanza.Un altro elemento di tensione riguarda la giustizia internazionale. Il Bangladesh sostiene il processo avviato dal Gambia davanti alla Corte internazionale di giustizia sulle “presunte violazioni della Convenzione sul genocidio” commesse dal governo del Myanmar; la Corte penale internazionale sta anche esaminando la responsabilità individuale per presunti crimini contro l’umanità.Oggi le autorità birmane sostengono che l’esistenza di tali procedimenti rende più difficile una soluzione; il Bangladesh, invece, sostiene che il rimpatrio e l’accertamento delle responsabilità siano questioni distinte.Il procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia riguarda la responsabilità dello Stato del Myanmar, mentre quello davanti alla Corte penale internazionale riguarda la possibile responsabilità penale di singoli individui.La crisi dei Roihingya nel Sudest asiatico vede dunque due approcci distinti per una possibile via di risoluzione: la Malaysia punta sul dialogo diretto e su un rimpatrio graduale, cercando di coinvolgere in modo bilaterale le autorità del Myanmar. Il Bangladesh richiede un processo politico più ampio, nel quale il rimpatrio sia accompagnato dalla fine delle violenze, da garanzie giuridiche, da finanziamenti umanitari e dalla presenza di enti internazionali.(PA) (Agenzia Fides …./10/2026)
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