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ASIA/KAZAKHSTAN – Il nuovo Vescovo di Karaganda: “La missione è andare incontro a chi non ha conosciuto Cristo o ha visto la fede sbiadirsi”

ASIA/KAZAKHSTAN – Il nuovo Vescovo di Karaganda: “La missione è andare incontro a chi non ha conosciuto Cristo o ha visto la fede sbiadirsi”

MIL OSI –

Source: The Holy See in Italian

sabato, 10 ottobre 2026

Diocese of Karaganda

di Paolo AffatatoKaraganda (Agenzia Fides) – “La missione non consiste nell’organizzare un numero sempre maggiore di eventi. A volte la missione si manifesta così: un sacerdote percorre molti chilometri per celebrare la Santa Messa, per parlare con le persone, per ascoltarle e semplicemente per stare con loro. E la missio ad gentes significa soprattutto andare incontro a chi non ha ancora incontrato Cristo, a chi non sa nulla di Lui o, magari, a chi ha visto la propria fede raffreddarsi o sbiadire nel tempo”. E’ quanto dice in una intervista all’Agenzia Fides Piotr Pytlovany, che viene ordinato Vescovo della diocesi di Karaganda il 10 ottobre, nella Cattedrale di Nostra Signora di Fatima, Madre di tutti i popoli, nella città kazaka.Amministrazione Apostolica nel 1991, e poi elevata a diocesi nel 1999 da Papa Giovanni Paolo II, la diocesi di Karaganda abbraccia le regioni dell’Est Kazakistan, estendendosi su una superficie di circa 711.000 chilometri quadrati (più del doppio dell’intera Italia). La comunità cattolica conta di circa 8.500 fedeli, guidati da circa 20 sacerdoti e una trentina di religiose che animano una ventina di parrocchie.Nativo della Polonia, Piotr Pytlovany ordinato sacerdote nel 1994, si è trasferito in Kazakhstan già nel 1995 come sacerdote fidei donum. Lì ha guidato diverse parrocchie ed è stato rettore del Seminario Maggiore Interdiocesano di Karaganda tra il 2011 e il 2018. Prima della nomina a Vescovo, era parroco della Cattedrale di Astana e portavoce ufficiale della Conferenza episcopale dell’Asia centrale. Alla vigilia dell’ordinazione l’Agenzia Fides gli ha rivolto alcune domande:Come ha accolto la chiamata a guidare la diocesi di Karaganda e cosa vorrebbe portare avanti del ministero del suo predecessore? In che modo i suoi anni di servizio missionario in Kazakistan influenzeranno il suo stile di guida?Intendo la chiamata al ministero episcopale soprattutto come una chiamata da parte di Dio e una nuova responsabilità di fronte alla Chiesa. Non si tratta di un onore o di una carica: riguarda le persone, le comunità e il futuro della Chiesa che mi è stata affidata.Vivo e presto servizio in Kazakistan da oltre trent’anni, quindi questo Paese è diventato la mia casa. Ho avuto l’opportunità di conoscere la Chiesa non solo nelle grandi città, ma anche nelle piccole comunità rurali, spesso molto distanti tra loro. Grazie a questa esperienza ho compreso una cosa semplice: la Chiesa sulla terra non è sostenuta dalle strutture, ma dalla fede di persone concrete.Vorrei portare avanti tutto ciò che di buono e fecondo è stato realizzato dai miei predecessori: la cura delle piccole comunità, la formazione di sacerdoti e fedeli laici, l’attenzione alle vocazioni, alle famiglie, ai giovani, ai malati e a chi soffre. Per me è importante anche che la Chiesa sia presente accanto alle persone nella vita pubblica. Pertanto, la collaborazione con le autorità civili su questioni che contribuiscono al bene comune, così come lo sviluppo di iniziative sociali congiunte con rappresentanti di altre comunità cristiane e religioni, rientra tra le mie priorità.Allo stesso tempo, vorrei che diventassimo sempre più una Chiesa che va incontro alle persone, invece di limitarsi ad aspettare che esse vengano in chiesa. Per me, questo è il naturale proseguimento del cammino che io stesso ho cercato di seguire in tutti questi anni.Come si può mantenere l’unità all’interno di una comunità cattolica composta da fedeli di diversa provenienza culturale e linguistica?Credo che la diversità non sia un problema per la Chiesa in Kazakistan, ma un dono. La storia di questo Paese ha riunito persone di nazionalità, lingue e culture diverse. Questa ricca diversità fa parte della nostra realtà e, al contempo, dimostra che la Chiesa cattolica è veramente universale.La lingua, le tradizioni e la storia di ogni comunità devono, naturalmente, essere rispettate. Tuttavia, è importante che le persone sentano che non siamo gruppi separati di polacchi, tedeschi, ucraini, russi o kazaki; siamo un’unica Chiesa, unita attorno a Gesù Cristo. L’origine nazionale non deve diventare una barriera tra noi.Mi sembra che qui in Kazakistan si possa comprendere con particolare chiarezza il significato della parola “cattolico”: universale. La Chiesa cattolica non appartiene a una singola nazione. In essa c’è posto per ogni persona. Allo stesso tempo, non è necessario abbandonare le proprie radici culturali; al contrario, esse possono arricchire l’intera comunità.Vorrei che il mio ministero contribuisse all’unità: tra sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici, e tra generazioni e popoli.Cosa significa missio ad gentes oggi, in una diocesi vasta come quella di Karaganda, dove i cattolici costituiscono una piccola minoranza?Per me, la missio ad gentes significa soprattutto andare incontro alla persona: a chi non ha ancora incontrato Cristo, a chi non sa nulla di Lui o, magari, a chi ha visto la propria fede raffreddarsi o sbiadire nel tempo.Nella nostra vasta diocesi di Karaganda, significa anche essere pronti a essere presenti laddove vi sono pochissimi cattolici, talvolta solo un pugno di credenti. Da un punto di vista puramente umano, ci si potrebbe chiedere: vale la pena mantenere una presenza per loro? Nella prospettiva del Vangelo, la risposta è ovvia: sì, perché ogni persona è infinitamente preziosa agli occhi di Dio. Se in un determinato luogo c’è anche un solo credente che ha bisogno della presenza della Chiesa, ciò è già sufficiente.La missione non consiste nell’organizzare un numero sempre maggiore di eventi. A volte la missione si manifesta così: un sacerdote percorre molti chilometri per celebrare la Santa Messa, per parlare con le persone, per ascoltarle e semplicemente per stare con loro.Oggi, la missio ad gentes significa anche presenza della Chiesa nella cultura, nell’istruzione, nell’attività sociale e tra i giovani. Dobbiamo essere presenti dove la gente vive.In una società post-sovietica e fortemente secolarizzata, quali sono i modi più efficaci per annunciare il Vangelo a chi non l’ha mai sentito o l’ha dimenticato?Credo che, innanzitutto, conti la testimonianza della propria vita. Le persone possono non essere interessate alle nostre argomentazioni religiose, ma sono molto sensibili alla sincerità. Pertanto, non possiamo annunciare il Vangelo solo a parole.La gente deve vedere che la fede in Cristo trasforma davvero una persona: il modo in cui guarda gli altri, costruisce relazioni, vive in famiglia e affronta la sofferenza.Serve anche pazienza. La storia del Novecento ha lasciato in molte persone una certa distanza dalle istituzioni religiose. Un singolo sermone non cambierà le cose: occorrono tempo, relazioni autentiche e fiducia.Ecco perché le piccole comunità, il dialogo personale, la catechesi per adulti e la cura pastorale delle famiglie e dei giovani sono così importanti. E soprattutto, l’incontro personale.A volte l’evangelizzazione inizia con una domanda molto semplice: “Come posso aiutarti?”. Solo dopo la persona potrebbe chiedere: “Perché lo fai?”. E allora si presenta l’opportunità di parlare loro di Cristo.Molte parrocchie storiche in Kazakistan sono nate dalla fede di polacchi, tedeschi e ucraini deportati. Come si evolve la pastorale da una Chiesa che “conserva la memoria” a una Chiesa che si apre al mondo?La memoria è molto importante per noi. Non dobbiamo dimenticare coloro che hanno conservato la loro fede in circostanze estremamente difficili e l’hanno trasmessa alle generazioni successive. Grazie a loro, la Chiesa è riuscita a sopravvivere a momenti molto difficili. La loro testimonianza fa parte del nostro patrimonio.La Chiesa di Karaganda, per molti aspetti, è nata dalla sofferenza, dalla fedeltà e dal coraggio di queste persone.Ma la memoria non deve imprigionarci nel passato. Dobbiamo guardare avanti e chiederci: a chi siamo chiamati a trasmettere la fede oggi? Ai giovani del Kazakistan, alle famiglie, alle persone che vivono nelle città e a coloro che non hanno alcuna radice cristiana.Per questo, vorrei vedere una Chiesa che preservi la memoria e al tempo stesso guardi al futuro. L’eredità dei deportati non deve rimanere solo un ricordo del passato. Può e deve diventare fonte di ispirazione per una nuova evangelizzazione.Il loro esempio dimostra che anche nelle circostanze più difficili la fede può essere preservata. Ora è nostro compito trasmettere questo dono.In Kazakistan, la presenza della Chiesa cattolica è strettamente legata all’attività sociale. Come può l’opera caritatevole diventare una forma di evangelizzazione e di dialogo con coloro che non condividono la fede cattolica?La carità e le opere di misericordia in generale sono un linguaggio comprensibile a tutti. Quando aiutiamo un malato, una persona che lotta contro una dipendenza, un bambino o qualcuno in difficoltà, non ci chiediamo prima di tutto quale sia la sua nazionalità o in cosa creda. Semplicemente vediamo la persona. Questa è una testimonianza molto importante del Vangelo.L’amore cristiano non può fermarsi ai confini della Chiesa. La cura della persona umana deve essere incondizionata.Anche l’attività sociale crea uno spazio di incontro. Possiamo lavorare insieme per aiutare una persona anche quando abbiamo convinzioni religiose diverse. Attraverso questo servizio condiviso, emergono relazioni umane e fiducia, e un dialogo autentico si costruisce sulla fiducia.Pertanto, a volte una buona azione concreta compiuta insieme può dire di più sul cristianesimo, e dirlo più chiaramente, di discussioni filosofiche o parole astratte sulla religione.Quali sono i problemi sociali più urgenti che la Diocesi di Karaganda si trova ad affrontare oggi, e come cerca la Chiesa di rispondervi concretamente?Una delle sfide più serie è la situazione delle famiglie, soprattutto quelle che vivono in crisi, in povertà o che perdono i legami familiari. Tra gli altri gravi problemi, vorrei menzionare le dipendenze, la solitudine e le difficoltà affrontate dagli anziani.Anche la situazione dei giovani mi sta a cuore, soprattutto nei piccoli centri e nelle zone rurali, dove non sempre vedono un futuro per sé stessi.La Chiesa, naturalmente, non può risolvere tutti i problemi sociali, né questa è la sua missione. Ma può essere presente: aiutando, creando spazi di incontro, compiendo opere di misericordia e cooperando in questo con tutte le persone di buona volontà.Per noi, un elemento è fondamentale: la dignità di ogni persona. Non aiutiamo una persona perché è cattolica. Aiutiamo perché è un essere umano. Credo che questo debba essere il fondamento di tutta l’attività sociale della Chiesa.Molti giovani lasciano le zone rurali o perfino il Paese in cerca di un futuro migliore. Come può la Chiesa sostenere lo sviluppo delle giovani generazioni e dare loro motivi di speranza e di restare?Un giovane non ha bisogno solo di un lavoro e di prospettive economiche. Ha anche bisogno di sentire che la sua vita ha un senso, di sentirsi utile e di poter essere d’aiuto agli altri.La Chiesa può essere un luogo in cui i giovani scoprono le proprie capacità, imparano ad assumersi responsabilità e discernono la propria vocazione. Hanno bisogno di formazione, ma anche di spazi in cui possano assumersi responsabilità, sviluppare le proprie iniziative e imparare a servire gli altri.Non possiamo semplicemente dire a un giovane: “Resta qui”. È meglio chiedere: “Cosa possiamo fare perché tu possa vivere qui con dignità, crescere, realizzare il tuo potenziale e scoprire la tua vocazione?”.Naturalmente, la Chiesa non può sostituire le politiche economiche o governative. Ma può aiutare un giovane a riconoscere il valore della propria vita e a trovare speranza, in modo che il futuro sia visto come qualcosa di più di una carriera o di un successo materiale. La speranza cristiana non dipende dalle circostanze, perché la sua fonte è Cristo.Come si sviluppa una “cultura dell’incontro” in una società dove vi sono cattolici, musulmani e cristiani ortodossi? Le iniziative sociali sono un “laboratorio” di dialogo interreligioso in Kazakistan?Credo che l’impegno sociale possa effettivamente costituire un luogo d’incontro molto importante. Quando collaboriamo per aiutare chi si trova in difficoltà, le nostre differenze non scompaiono, ma cessano di essere un ostacolo al compimento del bene.Il dialogo interreligioso non dovrebbe limitarsi alle conferenze ufficiali; deve far parte anche della vita quotidiana: prendersi cura insieme dei poveri, delle famiglie, dei bambini, degli anziani e di coloro che sono finiti ai margini della società.Il Kazakistan è un luogo speciale sotto questo aspetto. Qui convivono persone di religioni e culture diverse, e abbiamo l’opportunità di incontrarci nella vita di tutti i giorni e di costruire relazioni umane.Dunque, le iniziative sociali possono rappresentare una sorta di “laboratorio” per il dialogo. Attraverso di esse impariamo a rispettarci a vicenda e a collaborare per il bene comune, senza rinunciare alla propria fede e identità.Come valuta l’apertura delle autorità kazake in merito alla libertà religiosa, all’attività missionaria e all’evangelizzazione?Il Kazakistan possiede un contesto storico, sociale e giuridico peculiare. Pertanto, i rapporti tra Stato e comunità religiose richiedono dialogo, rispetto reciproco e una buona conoscenza della normativa vigente.Per mia esperienza, è fondamentale mantenere un dialogo sereno e costruttivo con le autorità. La Chiesa non cerca di sostituirsi allo Stato né di impegnarsi in attività politiche; il suo compito è adempiere alla propria missione religiosa e sociale e servire la persona umana.Per noi è importante avere la libertà di annunciare il Vangelo, di svolgere attività pastorali ed educative, di impegnarci in opere di carità e di prenderci cura dei fedeli.Allo stesso tempo, sono convinto che il dialogo rimanga la strada maestra. Quando vi sono fiducia e rispetto reciproci, è possibile discutere con calma delle questioni critiche e cercare insieme soluzioni che promuovano il bene comune e la dignità della persona umana.Il Kazakistan vanta un’esperienza unica di convivenza tra popoli e religioni diversi. Credo che la Chiesa cattolica possa continuare a contribuire a costruire una società fondata sul rispetto, sulla pace, sulla solidarietà e sulla comprensione reciproca.(Agenzia Fides 10/10/2026)
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