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Source: The Holy See in Italian
mercoledì, 4 novembre 2026
Fashion Designing, GTBIMT College
di Paolo AffatatoDhaka (Agenzia Fides) – «Il salario non basta a coprire le spese essenziali delle famiglie: molti lavoratori del settore tessile e dell’abbigliamento vivono in condizioni di grande difficoltà, nonostante abbiano un impiego. Alcuni non riescono neppure a mandare i figli a scuola». È quanto riferisce all’Agenzia Fides mons. Subroto Boniface Gomes, Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Dhaka, commentando le proteste che da giorni attraversano il settore tessile in Bangladesh. Migliaia di operai chiedono un aumento del salario minimo mensile, ritenuto ormai insufficiente a far fronte al costo della vita. La mobilitazione riporta al centro dell’attenzione le condizioni di milioni di lavoratori che sostengono uno dei comparti più importanti dell’economia del paese.Le proteste, iniziate il 1° novembre, si sono estese alle principali aree industriali intorno alla capitale Dhaka, in particolare a Gazipur, Savar, Ashulia e Mirpur. Migliaia di lavoratori hanno scioperato e bloccato strade e arterie di collegamento, provocando interruzioni della produzione. In diversi episodi si sono verificati scontri con le forze dell’ordine, che hanno utilizzato gas lacrimogeni e granate stordenti per disperdere i manifestanti. Si sono registrati feriti, arresti e danni a veicoli e stabilimenti. Secondo le associazioni di categoria, in una sola giornata quasi 700 fabbriche hanno sospeso le attività o dichiarato una giornata di chiusura.I lavoratori chiedono che il salario minimo mensile venga portato dagli attuali 12.500 taka a 30.000 taka, più del doppio. La cifra attuale era stata stabilita nel novembre 2023 ed è entrata in vigore il 1° dicembre dello stesso anno. La richiesta di revisione è motivata dall’aumento dei prezzi di generi alimentari, affitti, trasporti e servizi sanitari. L’inflazione annuale in Bangladesh ha raggiunto l’8,34% nel settembre 2026, secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica.Il governo ha annunciato la formazione di una commissione di sei membri incaricata di rivedere la struttura salariale del settore tessile. L’iniziativa, tuttavia, non ha finora fermato le proteste in quello che è un settore rilevante per l’intero paese: l’industria dell’abbigliamento impiega circa quattro milioni di persone, in maggioranza donne, e genera oltre l’80% delle entrate da esportazione del Bangladesh, che è il secondo esportatore mondiale di abbigliamento dopo la Cina.«Esiste un fenomeno di sfruttamento dei lavoratori. Il salario minimo attuale è tra i più bassi del settore a livello internazionale, mentre il tessile rappresenta un settore cruciale per l’economia nazionale», osserva mons. Gomes. Il Vescovo richiama il divario tra il salario legale e il costo effettivo della vita: secondo la Ong “Global Living Wage Coalition”, la stima del salario dignitoso per una famiglia nella città di Dhaka è di circa 30mila taka mensili, parametro calcolato considerando le spese necessarie a una famiglia per vivere dignitosamente, non di una semplice soglia di sussistenza. «I lavoratori dicono che lo stipendio non basta per le spese familiari di base: affitto, alimentazione, sanità e istruzione. In queste condizioni, anche mandare i figli a scuola diventa difficile», racconta a Fides mons. Subroto.Il Vescovo Gomes ricorda le proteste e le richieste di riforma seguite al crollo del Rana Plaza, l’edificio che ospitava diverse fabbriche tessili, avvenuto il 24 aprile 2013 a Savar e costato la vita a oltre mille persone. Dopo quella tragedia vennero introdotti controlli e standard più rigorosi per la sicurezza degli edifici e degli ambienti di lavoro: «In dieci anni, sono stati compiuti passi avanti sul piano della sicurezza, ma la questione salariale rimane strutturale», osserva.Il Vescovo collega la situazione dei lavoratori bangladesi anche alle dinamiche internazionali della cosiddetta “fast fashion”, il modello commerciale basato sulla produzione accelerata di collezioni a basso costo e su un ricambio continuo dei prodotti: «Le pressioni dei mercati occidentali e dei grandi marchi per ottenere prezzi sempre più bassi si ripercuotono sull’intera filiera. Il rischio di sfruttamento è particolarmente forte nei livelli più bassi della produzione, anche a causa del sistema dei subappalti».La questione, dunque, non riguarda soltanto il rapporto tra lavoratori, imprese e governo del Bangladesh: «Le proteste – rileva – non sono solo una questione interna al paese: sono il risultato di un sistema globale nel quale i grandi marchi della moda beneficiano di costi di produzione molto bassi, mentre chi realizza materialmente i prodotti fatica a vivere con il proprio salario».Il Vescovo richiama perciò anche la responsabilità dei consumatori e dell’opinione pubblica internazionale: «I lavoratori chiedono al governo di intervenire, ma è necessario anche un sussulto di coscienza e di responsabilità da parte dell’opinione pubblica internazionale. Occorre che i marchi paghino prezzi più equi ai fornitori, affinché questi possano garantire salari dignitosi ai lavoratori».La mobilitazione di questi giorni mette in luce una contraddizione: un settore che assicura al Bangladesh un ruolo di primo piano nel commercio mondiale dell’abbigliamento continua a reggersi sul lavoro di milioni di persone che non riescono a sostenere le necessità essenziali delle proprie famiglie. In questa cornice, anche se non vi sono molti lavoratori cristiani nel settore tessile, la Chiesa locale fa sentire la sua voce per difendere la dignità di ogni persona: «La dignità del lavoro e il diritto a una retribuzione adeguata non sono soltanto questioni economiche, ma riguardano la giustizia sociale e la possibilità di costruire una società più umana», conclude il Vescovo.(Agenzia Fides 4/11/2026)
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