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Debates – Tuesday, 27 January 2026 – Brussels – Revised edition

Debates – Tuesday, 27 January 2026 – Brussels – Revised edition

MIL OSI

Source: European Parliament

 

  Tatiana Bucci, superstite dell’Olocausto. – Sono emozionata. Oramai, da molti anni, assieme a mia sorella, facciamo testimonianza, soprattutto per i ragazzi, per le scuole. Ma trovarmi qua, in questo emiciclo, è una cosa, mi succede per la prima volta, e non è facile. Il mio cuore batte. E vedere… insomma, mi sento un po’ speciale, anche, devo dire la verità, a essere qui con voi e ringrazio il Parlamento che mi ha voluta.

Purtroppo mia sorella non è potuta venire per problemi di salute. Abita in California ed è troppo lontana per intraprendere un viaggio, anche se è una testimonianza così importante. Io invece abito a due passi da questa sala. Abito in Belgio, abito a Overijse, che tutti sicuramente conosceranno.

Allora la nostra storia incomincia nel 1910, quando mia mamma, assieme alla sua famiglia, aveva soltanto due anni. Hanno dovuto fuggire dall’Ucraina perché mamma era nata in Ucraina, in un piccolo centro che si chiamava Vydrynka. Scapparono per via di un pogrom. C’era ancora, logicamente lo zar, quello vero direi, non quello di oggi. E si stabilirono dopo un lungo viaggio abbastanza faticoso anche a dorso di cavallo con una specie di carrozza e cavalli, insomma, attraversarono tutta l’Europa dell’Est e arrivarono a quella che si chiamava Fiume. Fiume è una città che adesso si trova in Croazia, che poi a Fiume la minoranza croata è sempre esistita, e si stabilirono là.

Quando è scoppiata la guerra in Ucraina, per la prima volta mi sono sentita ucraina perché ho sempre detto “mamma è nata in Ucraina”, punto e basta e continuo il mio racconto. Invece quando è scoppiata la guerra in Ucraina ho visto mia mamma che aveva soltanto due anni e questo pensiero devo dire che mi segue ancora oggi dopo quasi quattro anni di guerra.

Comunque i miei si stabiliscono a Fiume. C’era ancora l’Impero austro-ungarico. Sono accolti direi bene. Non hanno avuto problemi. La mamma cresce. Ovviamente scoppia la prima guerra mondiale. Mio nonno parte per la guerra e non fa più ritorno. Qualche anno dopo la mamma diventa adulta logicamente, incontra papà. Papà cattolico, quindi, matrimonio misto. Si sposano soltanto civilmente. Era stato ancora possibile. Si sposano nel 1935 ed era ancora possibile, perché poi dal 1938 in poi c’erano state le leggi razziali e non sarebbe più stato possibile. E nel 1938 quando ci sono le leggi razziali papà è costretto a cambiare cognome, da Buccic, perché mi chiamavo Buccic quando sono nata, è costretto a cambiare cognome e diventiamo Bucci.

Papà era marittimo, lavorava per il Lloyd Triestino, quindi nella marina mercantile. Quando scoppia la guerra si trovano nelle acque territoriali in Sudafrica e sono fatti prigionieri dagli inglesi. E papà resta in questo campo “Koffiefontein” si chiamava. In questo campo, dall’inizio proprio dall’inizio della guerra, fino alla fine.

Noi continuiamo la nostra vita abbastanza tranquilla a Fiume finché una sera della fine di marzo del 1944 c’è una gran confusione in casa. È sera, noi bambini siamo già a letto. La mamma ci sveglia, ci veste in fretta, che cosa era successo? Sono venuti ad arrestarci in seguito ad una spiata. Ci veste in fretta e la prima cosa che ricordo molto bene di quella sera lì, quando entriamo in quello che era il nostro soggiorno, vedo la mia nonna inginocchiata davanti ad una persona. Lo chiamo il capo della spedizione, che lo supplica di lasciare noi bambini a casa. Dicono i bambini perché non eravamo solo Andra ed io, con noi c’era Sergio. Sergio, il nostro cugino napoletano, e la zia purtroppo venne a Fiume da Napoli perché suo marito, anche lui cattolico, quindi anche lei matrimonio misto, non aderì e faceva parte della Marina militare, quindi non aderì alla Repubblica di Salò e fu fatto prigioniero in un campo di concentramento in Germania. La zia non si sentiva amata dai suoi familiari, del marito, ed ebbe l’idea più brutta, di venire da noi a Fiume. Quindi l’ultima estate di Fiume del 1943 l’abbiamo trascorsa assieme. Sergio era con noi quella triste sera di fine marzo.

Da casa ci portano nei pressi di Fiume, poi arriviamo a Trieste, alla Risiera di San Sabba e ancora da lì, un paio di giorni dopo, credo, siamo portati alla stazione centrale di Trieste, dove c’era un treno che assomiglia un po’ al binario 21 di Milano. Soltanto che non è sotto terra ma è accanto, parallelo ai treni della stazione centrale. E lì c’è un treno un po’ speciale. Sono dei vagoni bestiame, siamo, non so quante persone potevano stare in ogni vagone, detto dagli adulti dicevano almeno 60. Noi bambini vicino alla mamma. La mamma ci teneva sempre accanto a sé per proteggerci in un certo qual modo. Non credo di aver avuto paura e non credo neanche di aver pianto, almeno non lo ricordo. Ma comunque facciamo questo viaggio così difficile. Tutti assieme, grandi, piccoli, insomma: indescrivibile. Finché questo treno si ferma. I portelloni si aprono e incominciamo a scendere. Siamo arrivate alla famosa Judenrampe, che è chiamata così ancora oggi. I binari non entravano ancora dentro al campo di Auschwitz. In questo caso era Birkenau. Non entravano perché li stavano ancora preparando per dei deportati che dovevano arrivare dall’Ungheria, quindi, c’è stata una prima selezione.

La nonna assieme ad una zia vengono imbarcate su un camion e portate, l’abbiamo saputo dopo questo, direttamente al gas. Noi superiamo questa prima selezione, perché la prima selezione: i bambini, i vecchi e gli ammalati passavano subito al gas. Noi per fortuna, il famoso Mengele, tristemente famoso, ci aveva preso per gemelle e quindi avremmo potuto essergli utili per i suoi esperimenti, quindi scappammo a questa prima soluzione. Stranamente anche Sergio, forse perché era un po’ diverso da noi, era un piccolo napoletano, con la pelle un po’ scura, gli occhi neri, i capelli neri e fu messo da parte anche lui. Sembra che Mengele fosse molto sensibile alla bellezza ed era un bellissimo bambino.

Facciamo un lungo cammino, divisi subito gli uomini dalle donne. Noi restiamo sempre accanto alla mamma. Arriviamo in un grande caseggiato che chiamano la sauna. Veniamo spogliati di tutto. Le donne sono nude, cercano di nascondersi in un qualche modo con le loro braccia. Le donne vengono rasate completamente. Noi bambini no. Portate alle docce, veniamo lavate, veramente lavate. Poi in un’altra stanza ci danno dei vestiti che non sono più i nostri e poi si passa in un’ultima sala dove veniamo tatuate come degli animali. Perché era quello che volevano in fondo i nazisti: volevano farci perdere diciamo la nostra dignità e veniamo tatuate. La mamma si fece tatuare per prima, poi venne Andra, poi venni io e il numero della mamma era 76.482. E questo numero… e dovevano poi gli adulti, quando erano chiamati, presentarsi con il loro numero tatuato sul braccio, e non più con con il loro nome. Eravamo proprio dei numeri.

Veniamo separate dalla mamma. La mamma va alla quarantena e noi raggiungiamo la baracca così detta dei Gemelli, dove però ci raggiunge anche, poi più tardi, Sergio. Maschi e femmine eravamo tutti nella stessa baracca e nessuno aveva più di dieci anni, perché per i nazisti fino a dieci anni eravamo bambini. Poi si diventava adolescenti e gli adolescenti invece dovevano poi lavorare e vivere come le persone adulte.

Ci abituiamo, almeno io mi sono abituata subito a quella vita. Ho capito anche là che ero ebrea. Perché? Perché lo sentivo parlare dalle poche donne che vedevamo. E queste poche donne erano le nostre guardiane, le cosiddette “blockowe”, e quindi mi son detta “beh questo vuol dire che sono ebrea come tutti gli altri e che noi ebrei dobbiamo avere questa vita”. Vita che non era vita, era morte. Perché noi bambini, mi fa male adesso parlarne e mi impressiono, ma all’epoca no, giocavamo nel campo anche attorno agli scheletri perché non posso neanche dire morti, che vedevamo tutti i giorni, che non erano molto lontani dalla nostra baracca, quindi li vedevamo tutti i giorni ed è impressionante pensare a giocare in quella situazione. Abbiamo anche giocato, altrimenti, per fortuna, con la neve, quando c’era la neve, perché lo sappiamo tutti che la Polonia era un paese molto molto freddo, quindi, abbiamo passato una primavera, un’estate e un inverno. Siamo stati dieci mesi a Birkenau. E quindi l’abbiamo vissuta con tutte le temperature ma stranamente tutte e due ci ricordiamo soltanto il gran freddo. Non ricordo d’aver avuto freddo e neanche di aver avuto fame, come ne parlano tutti gli adulti. Non lo ricordo proprio. Vivevamo così lasciati a noi stessi. C’era una blockowa, però, che stranamente ci aveva preso a benvolere, ci dava da mangiare e ci dava da vestire e poi un giorno ci prese da parte e ci disse “vi raduneranno, vi chiederanno se volete raggiungere la vostra mamma, ma voi ferme, non dovete accettare questa cosa”. La dicemmo a nostro cugino Sergio. Sergio, purtroppo, quando questa subdola domanda ci fu fatta non resistette al richiamo di mamma. Forse perché lui era solo, noi eravamo in due e partì con altri 19 bambini: dieci maschi e dieci femmine. Arrivarono a Neuengamme, un campo di concentramento non lontano da Amburgo. Furono accolti molto male, subirono esperimenti. Ci fu un medico, prigioniero anche lui, francese, che cercò in ogni modo di aiutarli. E poi la guerra, oramai era al suo fine. Questo avvenne, il trasferimento di questi bambini fu fatto nel novembre del 1944 e stranamente partirono il 29 novembre, ed era il giorno del compleanno di Sergio. Compiva sette anni.

Torniamo a Neuengamme, furono sperimentati, la guerra praticamente finita. Li portano ad Amburgo in una scuola, Bullenhuser Damm. Nel sotterraneo vengono uccisi barbaramente. Vengono sedati prima e barbaramente proprio, appesi a dei ganci di macellaio. Questa storia l’abbiamo saputa noi molto tardi, ma è stata portata alla luce già all’inizio degli anni ’50 da un giovane giornalista tedesco che si chiamava Günther Schwarberg. Portò alla luce questa storia, che anche lui seppe in modo veramente molto strano. E ha scritto dei libri su questi bambini. Li ricordiamo ancora oggi. Sono morti il 20 aprile del 1945. Quando possiamo andiamo sempre ad Amburgo per fare memoria su questo avvenimento. Ci torneremo anche quest’anno. E questo lo fece un tedesco: questa storia la raccontò un tedesco al mondo, e da quel momento lì, il mio modo di vedere la Germania e, soprattutto i tedeschi, cambiò.

Sono riuscita a fare la differenza fra i nazisti e fra i tedeschi. Logicamente Günther era un tedesco, non era un nazista, non lo è mai stato, e fare questa differenza mi ha aiutato a vivere. Da quella volta ero già adulta, ovviamente molto adulta, e mi aiutò a vivere meglio, fare questa differenza. E poi negli anni la Germania ha fatto i conti con il suo passato ed io vorrei che anche noi italiani facessimo il conto con il nostro passato, perché non eravamo proprio innocenti. Siamo stati alleati dell’esercito tedesco e, quindi, penso che anche noi dovremmo fare i conti con il nostro passato perché senza l’aiuto dei fascisti probabilmente in Italia non ci sarebbero stati tanti deportati. Ecco, questo è quello che penso io.

Poi, noi comunque, tornando ad Auschwitz, continuiamo a vivere la nostra vita di campo, finché anche là un giorno c’è un grande cambiamento. Anche tra le altre cose, ho dimenticato di dirlo, nella stessa data di Sergio, anche la mamma non c’è più. Era stata trasferita semplicemente in un altro campo di lavoro in Germania. Noi invece, non vedendola più, l’abbiamo pensata soltanto morta. L’abbiamo cioè immaginata in mezzo a quel cumulo di morti che noi vedevamo quotidianamente. E quindi la guerra finisce. Siamo liberate dai russi e dopo un po’ dalla liberazione, i russi ci portano in Cecoslovacchia, dove c’era un grande istituto pieno, colmo di bambini, tutti bambini sopravvissuti alla guerra. Incominciamo ad andare a scuola, dimentichiamo la nostra lingua che era italiana. Logicamente, impariamo il ceco, andiamo a scuola e abbiamo trascorso poco meno di un anno in Cecoslovacchia, a Praga. E a un certo momento anche lì, c’è una selezione. Ci viene chiesto “chi di voi è ebreo?” e cinque manine si alzano: le nostre due, Andra ed io, e due gemelle, due che sono ceche, e un ragazzino Julius tedesco. Eravamo stati assieme tutti e cinque nella nostra stessa baracca a Birkenau ed Andra ed io, stranamente ce li ricordiamo da quel momento lì, da quella selezione lì. E con questi cinque bambini – certo, abbiamo imparato il ceco, perché andavamo a scuola – e con questi cinque bambini siamo portati in Inghilterra, arriviamo in un centro di raccolta, in un paesino che si chiama Lingfield, dove c’era uno chalet, veramente una cosa fantastica, tipicamente inglese, messo a disposizione dal proprietario per noi bambini sopravvissuti alla guerra.

E questo centro era diretto da Anna Freud e Alice Goldberger era la nostra direttrice. La prima cosa che fa quando arriviamo in questo luogo, lo ricordo bellissimo, cosa fa Alice? Ci porta in quello che era la sala dei giochi ed è stata la cosa che mi ha fatto – come dire – ho capito subito, che lì in un certo qual modo, potevo lasciar andare mia sorella. Perché finché eravamo a Birkenau, Andra ed io eravamo sempre molto vicine. Soprattutto lei era molto vicina a me perché era più piccola e in un certo qual senso la proteggevo. Lì, quando sono arrivata lì, ho capito, che la potevo lasciare andare e riprendere la mia infanzia che invece a Birkenau avevo perso.

E lì cominciammo una nuova vita, una vera vita. Ci portano ancora una volta a scuola, quindi, ricominciamo andare a scuola. Incominciamo a parlare l’inglese, ci fanno nozioni anche dell’israeliano perché l’idea era di andare tutti a un certo momento in Palestina, non era ancora nata Israele e quindi si parlava di Palestina.

E facciamo una vera vita. Era una gioia stare lì. Eravamo coccolate, veramente era una grande famiglia. La maggior parte erano bambini nascosti durante la guerra. Eravamo circa una ventina e gli altri erano tutti bambini stati nei campi, soprattutto noi cinque, a Birkenau. E veniamo interrogati da Alice e noi diciamo che la mamma e papà sono morti, non li abbiamo più visti, papà non era più a Fiume durante la guerra, prima dell’arresto. Mamma sparisce da Birkenau, quindi, per noi erano morti. Invece per fortuna non lo erano.

Dopo grandi ricerche – si cercava anche Sergio – arrivano a Lingfield, ma non vennero creduti. Potevano essere morti, finché la mamma si ricorda una cosa molto importante che faceva prima della deportazione. Tutte le sere ci avvicinava una foto che li ritraeva nel giorno del loro matrimonio per dare il bacio della buonanotte a papà perché non lo dimenticassimo. E ricordò questo. Spedì la foto. Alice ci chiamò separatamente. Li riconosceremmo immediatamente e da quel momento incominciarono tutto l’iter burocratico perché noi potessimo ritornare in Italia.

Quindi, torniamo in Italia, e questo si svolgeva durante, praticamente, sarà stato ottobre-novembre del 1946, e partiamo da Lingfield per Londra accompagnate da un’assistente sociale ed era il 5 dicembre del 1946, il giorno del matrimonio dei nostri genitori. Una combinazione un po’ strana ma quando poi siamo diventate più grandi logicamente abbiamo fatto questa riflessione: il giorno dell’anniversario della loro liberazione noi torniamo finalmente a casa e mamma ci aspetta alla stazione Tiburtina di Roma. Veniamo accolte da una quantità enorme di persone, non solo la mamma con una sua cara amica Giuditta Di Veroli, che era stata una sua compagna di prigionia a Birkenau. E non solo, tutta la comunità ebraica del momento di Roma era lì, munita di fotografie. Ci mostravano queste foto, tutte foto di bambini. Volevano sapere se avevamo notizie. Noi, purtroppo, non avevamo notizie di quei bambini. L’ho capito, dopo, anche questo, quando ho saputo del 16 ottobre, quando sono arrivata ero ancora una bambina abbastanza piccola, quindi, non potevo immaginare quello che era successo in Italia, ma molti anni dopo, ho capito.

Soprattutto, quando abbiamo incominciato a fare il viaggio della memoria. Ho capito che erano tutti bambini del 16 ottobre. Sono partiti 200 bambini circa, non è tornato vivo nessuno di questi bambini. Quindi potete immaginare, quando ho saputo questo, già da adulta, ovviamente, l’impressione che ho avuto. Ed è per questo, una delle ragioni che, quando si parla di bambini, oggi, soprattutto, con quello che sta succedendo, tutti i bambini che ci lasciano mi fanno star male.

Io vorrei concludere la mia testimonianza dicendovi che vorrei che tutti i bambini del mondo, perché muoiono dappertutto, si parla poco dell’Africa tanto per dare un esempio, ma che tutti i bambini del mondo potessero avere la vita che dopo la guerra ho avuto io.

Non sono molto piccola, oramai. Pertanto, per finire proprio, non sono tanto piccola, ho 88 anni, non sono pochi. E, appunto, e vorrei che tutti i bambini del mondo di adesso diventino vecchi come sono diventata vecchia io. E poi comunque per finire con la canzone di Noa che nonostante tutto, la vita è bella. Grazie.

(L’Assemblea, in piedi, applaude l’oratore)