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«Perché tu sei qui?» : l’eredità di un missionario coreano in Mongolia

«Perché tu sei qui?» : l’eredità di un missionario coreano in Mongolia

MIL OSI

Source: The Holy See in Italian

Foto MLK

di Marie-Lucile KubackiUlaanbaatar (Agenzia Fides) – A tre anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 26 maggio 2023, la figura di padre Stefano Kim SeongHueon continua ad abitare la memoria della Chiesa in Mongolia.Missionario coreano, vicario generale della Prefettura apostolica di Ulan Bator, aveva fatto della sua vita una risposta a una domanda che lo accompagnava fin dall’infanzia: «Perché sono venuti qui?».L’avevamo incontrato un mese prima la sua morte. In una cappella che si trova sotto la cattedrale, dedicata alla Madonna di Fatima, alla quale era particolarmente devoto. ci aveva raccontato il suo percorso spirituale e vocazionale, in particolare il ricordo della tomba di un missionario francese sepolto nel villaggio dove era cresciuto. Lui era cresciuto in una parrocchia fondata da missionari, nella diocesi di Daejeon, in Corea del Sud. «Sono cresciuto chiedendomi: “Perché sono venuti qui?”. Me lo chiedevo ancor di più perché allora i loro Paesi d’origine mi sembravano molto più interessanti del Paese in cui vivevo…». Una domanda custodita nel silenzio, che nessuno conosceva, ma che lentamente lo ha portato in seminario, verso il sacerdozio.Durante gli studi, l’incontro con un missionario coreano segnò una svolta: «Non ricordo il contenuto esatto del suo intervento, ma sento ancora le ultime parole che disse: “Uno di voi andrà all’estero come missionario”». Quella frase lo trafisse. «Quando lo sentii dire così, mi dissi: “E se fossi io?”».Da lì cominciò a cambiare lo sguardo sulla propria vocazione. Al quarto anno, il vescovo lo inviò a Roma a studiare missiologia: «Così mi ritrovai a studiare missiologia, mentre mi stavo preparando a diventare sacerdote per la mia diocesi…».Da questa tensione nacque una domanda più radicale: «Ma qual era la mia identità sacerdotale? Come potevo coniugare la mia identità di sacerdote diocesano con quella di missionario, che allora mi sembrava piuttosto un abito troppo grande per me?». La risposta prese forma guardando al Vangelo: «Mi chiesi: i dodici discepoli erano sacerdoti diocesani o missionari? E Gesù?». Contemplando la loro vita, riconobbe un tratto comune: «Essi erano i predecessori di quei sacerdoti diocesani che non chiudono mai la porta, neppure quando sono stanchi, e dicono: “Lasciate che la gente venga da me!”». In quella immagine trovò una sintesi: «Perché è proprio questa la spiritualità del sacerdote diocesano: tenere la porta aperta». E dentro di lui «risuonò un grande “sì”», perché capì che il sacerdote diocesano «poteva essere un missionario».Prima ancora di partire, decise di vivere così la sua vocazione: «Poiché il coreano era la lingua che conoscevo meglio, decisi di essere un missionario coreano in Corea, come se fossi alla fine del mondo». Questo cambio di prospettiva, raccontava, lo rese «profondamente felice».Poi arrivò la Mongolia. «Un giorno venni a sapere che il vescovo cercava qualcuno disposto ad andare in Mongolia». In quel momento, la memoria tornò a uno dei missionari francesi della sua infanzia, il primo parroco, conosciuto solo attraverso un monumento: «Conobbi questo parroco attraverso un monumento sul quale era inciso il suo nome». Fu allora che intuì: «Perché sono qui? Per me è sempre più chiaro: per quel nome sul monumento. Un giorno anch’io sarò morto, e forse dei bambini, vedendo il mio nome, si chiederanno: “Perché il padre Kim era qui?”».In Mongolia, dove fondò la parrocchia di Santa Maria Assunta nel distretto di Khan‑Uul, padre Stefano si trovò a vivere in una Chiesa povera e giovane. «In Mongolia siamo ancora agli inizi». E tuttavia, osservava, «in tutto il mondo l’ultraliberalismo e il consumismo stanno diventando una sfida per tutti i cristiani». La povertà della Chiesa mongola non gli appariva come un limite, ma come una risorsa evangelica: «Siamo poveri, ed è proprio questa la nostra ricchezza». Guardando a san Francesco d’Assisi, rovesciava la prospettiva: «San Francesco d’Assisi era ricco e ha dovuto spogliarsi di tutti i suoi beni per seguire Gesù. Il “san Francesco” di Ulaanbaatar è nato povero e non ha nulla di cui spogliarsi per seguire Gesù». Se si riconosce «la ricchezza della povertà», scoprendo che Dio ha fatto «il dono di non dover rinunciare a nulla per seguirlo», allora «il “san Francesco” di Ulaanbaatar può essere felice».Era però consapevole dell’ambivalenza di ogni discorso sulla povertà: «Dobbiamo anche essere consapevoli di quanto sia indecente esaltare i benefici della povertà davanti ai poveri, se non condividiamo la loro condizione». Per questo insisteva: è «una vera sfida per i missionari»: «dobbiamo essere ciò che predichiamo». «Ciò che possiamo offrire alle persone è anche un modo di convivere con la sofferenza. Non evitandola, perché c’è, anche se non ci piace e non la cerchiamo, ma trovando un modo per attraversarla, seguendo le orme e i passi di Gesù».Quando raccontava la sua vita, tornava spesso con un sorriso al periodo in cui aveva «deciso di fare un passo indietro dalla missione, ritirandomi per quattro anni in una ger in campagna». Lì, nella tenda mongola usata come abitazione, sperimentò «la gioia di una vita semplice». Raccoglieva lo sterco di cavallo per la stufa, andava a prendere l’acqua, condivideva la quotidianità dei pastori. Confrontando «i due stili di vita – quello nella frenesia della città, dove c’è una vasta gamma di cose che si possono comprare, e quello semplice della campagna – uno mi è sembrato decisamente preferibile all’altro».Da questa esperienza nasceva anche una delle sue immagini più forti: «Nelle ger, nelle campagne e persino a Ulaanbaatar non c’è acqua corrente, e bisogna andare a prenderla… La gente sa che cosa significhi trovare acqua fresca. Perciò dobbiamo essere presenti, perché possano trovare pozzi di acqua fresca nelle nostre chiese». Siamo lì, diceva, «per parlare del Regno di Dio e della salvezza», per offrire «la Buona Notizia che li renderà liberi. Da che cosa? Dalla schiavitù del peccato e del senso di colpa». Questa liberazione è «molto concreta, quasi fisica: è come deporre a terra secchi d’acqua pesante». «Non seguiamo Gesù per offrire una vita piena di successi, ma una vita piena, veramente piena, che ci riempia dentro di quest’acqua viva».È questa la vera felicità che sperava un giorno i cristiani mongoli potessero riconoscere: «Verrà il giorno in cui i cristiani mongoli avranno abbastanza esperienza per confrontare gli stili di vita a loro disposizione, e forse allora pronunceranno quell’“ah” missionario di cui parlavo prima: “Ah… preferisco questo tipo di felicità”». «Il punto di svolta arriverà. Quando? Non lo so. Ma un giorno riconosceranno dove si trova la vera felicità e diranno: “Questo è ciò che ho cercato per tutta la vita”. E noi saremo lì ad accoglierli, con la porta spalancata. In realtà, siamo già lì».La traccia che Stefano Kim ha lasciato in Mongolia è viva soprattutto tra i giovani, che oggi da adulti ricordano la sua dedizione alla pastorale giovanile, la sua vicinanza, la sua fame di vita. Nel 2024 la diocesi di Daejeon, insieme al Korea Catholic Times, ha realizzato un film divulgativo intitolato “Wind of the Prairie – The Last Lecture of a Mongolian Missionary”, che ha contribuito a far conoscere più ampiamente la sua figura. Nel 2025 il Korea Catholic Times ha poi pubblicato un nuovo documentario dal titolo “Who Is a Priest?”, co-prodotto con la Korean Prado Priests Association, che ripercorre la sua vita e la sua missione in Mongolia.Mentre la Prefettura apostolica di Ulan Bator si prepara, come ogni anno, a celebrare la Messa sulla sua tomba il 26 maggio, la domanda che ha attraversato la vita di padre Stefano continua a risuonare, rivolta a ciascuno: «Perché tu sei qui?». «I missionari annunciano il Vangelo in molti modi, ma il modo più potente è la testimonianza della propria vita: “Perché tu sei qui?”. È una domanda potente». (Agenzia Fides 26/5/2026)
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