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ASIA/UZBEKISTAN – Il Vescovo Maculewicz: “Due nuove chiese e una piccola comunità chiamata a essere sale e lievito nella società”

ASIA/UZBEKISTAN – Il Vescovo Maculewicz: “Due nuove chiese e una piccola comunità chiamata a essere sale e lievito nella società”

MIL OSI –

Source: The Holy See in Italian

mercoledì, 21 ottobre 2026

OFM Conv
Il Vescovo Jerzy Maculewicz

di Paolo AffatatoTashkent (Agenzia Fides) – Due nuove parrocchie in un paese a maggioranza musulmana e una piccola comunità cattolica che, senza fare rumore, cresce passo dopo passo. In Uzbekistan la Chiesa cattolica è una presenza numericamente esigua, ma continua a mettere radici attraverso le relazioni personali, la testimonianza dei fedeli e l’incontro con chi cerca un luogo in cui pregare e sentirsi parte di una comunità. «A volte cominciamo una nuova parrocchia con tre, quattro, cinque persone. Da questo piccolo germoglio si comincia», racconta all’Agenzia Fides il Vescovo Jerzy Maculewicz OFM Conv, francescano conventuale, Amministratore apostolico dell’Uzbekistan. «Facciamo come gli apostoli, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: si parte da poco, ma si comincia, e il Signore guida i nostri passi».Negli ultimi due anni – riferisce – nel paese sono state aperte due nuove parrocchie: una dedicata alla Divina Misericordia, l’altra a San Giuseppe. Per il Vescovo, queste nuove realtà ecclesiali sono il segno di un cambiamento nel contesto del Paese. Una di esse si trova ad Angren, a circa 90 chilometri da Tashkent, la capitale. «In questa nuova parrocchia ci sono poco più di venti fedeli, due terzi sono bambini. E’ l’inizio di una nuova realtà ecclesiale in un luogo dove prima non eravamo presenti».In un cammino fatto di piccoli numeri, la crescita che si riconosce nel tempo: «Da sacerdote polacco, sono in Uzbekistan da ventun anni. Posso dire che la mia storia è legata a quella di san Giovanni Paolo II: l’erezione dell’Amministrazione apostolica e la mia nomina risalgono al primo aprile 2005, il giorno prima della morte del Papa. Sono stato uno degli ultimi Vescovi nominati da lui». Quando si trattò di scegliere un patrono per l’Amministrazione apostolica, la comunità propose proprio san Giovanni Paolo II, ricorda Maculewicz, anche perché in quella terra non vi erano santi martiri locali da indicare come patroni.Al suo arrivo, le parrocchie erano cinque e affidate alla cura pastorale dei frati francescani conventuali. Nel 1997, infatti, Giovanni Paolo II aveva affidato all’Ordine dei Frati minori conventuali il compito di sviluppare le strutture della Chiesa cattolica nel Paese. Da allora, il cammino è proseguito in un contesto sociale e istituzionale che, secondo il Vescovo, ha conosciuto cambiamenti significativi.«Quando sono arrivato, durante la presidenza di Islam Karimov, la situazione era un po’ difficile per tutte le religioni, musulmani e cristiani. Per esempio, ai giovani e ai bambini era proibito frequentare le moschee o le chiese», ricorda. «Con il secondo e attuale presidente dell’Uzbekistan, Shavkat Mirziyoyev (salito al potere nel 2016, ndr) il paese si è aperto, prima di tutto ai turisti e anche ai pellegrini, e noi come Chiesa cattolica abbiamo ricevuto la possibilità di lavorare in modo più tranquillo e libero». L’apertura di due nuove parrocchie negli ultimi anni rappresenta – rileva – «è uno dei segni concreti di questo cambiamento».Le legislazione ha seguito una graduale liberalizzazione e un alleggerimento dei controlli statali sulle comunità di fede, culminati nelle nuove normative del 2021 e del 2025. La legge più recente traccia una distinzione tra Stato e religione, al fine di garantire che nessun credo possa essere imposto ai cittadini, migliorando la tutela legale delle minoranze religiose (soprattutto cristiane di varie confessioni) in un paese a larga maggioranza musulmana.Una Chiesa piccola, in camminoLa Chiesa cattolica dell’Uzbekistan conta circa 4.000 cattolici (su 39 milioni di abitanti), con una decina di sacerdoti (tra diocesani e religiosi), circa 15 suore e altrettanti catechisti. L’unica circoscrizione ecclesiastica cattolica del Paese è l’Amministrazione apostolica dell’Uzbekistan, con sede nella capitale Tashkent, dove si trova la cattedrale del Sacro Cuore di Gesù. E’ una piccola comunità presente in un territorio vasto, «in cui – nota il Vescovo – ora vediamo il fenomeno di stranieri che giungono nel Paese per motivi di studio o di lavoro. Tra questi vi sono numerosi studenti provenienti dall’India, arrivati per frequentare corsi di medicina. Alcuni di loto sono cattolici di rito orientale, altri appartengono a comunità protestanti o anche non cristiani. Costoro, racconta il vescovo, si avvicinano alle parrocchie cattoliche per pregare insieme».«È interessante: vogliono stare proprio con noi, cercano un senso di comunità, il desiderio di stare con qualcuno per condividere amicizia, spiritualità, fede», nota. È un’esperienza che rivela «come la parrocchia possa diventare un luogo di incontro anche per persone che non condividono la stessa appartenenza religiosa, ma sentono il bisogno di una relazione e di uno spazio spirituale».La crescita della Chiesa, tuttavia, sottolinea Maculewicz, si osserva in un cambiamento avvenuto nel corso degli anni nella composizione delle comunità: «In passato, chi chiedeva il battesimo proveniva da famiglie nelle quali spesso un componente aveva abbracciato la fede cattolica. Magari una mamma diventava cattolica, oppure un figlio o un papà, ma non c’erano famiglie intere».Oggi, invece, cominciano a vedersi i frutti di un cammino più lungo: «Ci sono giovani cattolici che si sono sposati e hanno già figli. Abbiamo famiglie cattoliche e bambini che sono cattolici fin da piccoli. Prima erano pochissimi». È una trasformazione graduale, che il Vescovo osserva con gratitudine: «In vent’anni vedo il cammino di questa Chiesa. Non ci sono grandi numeri, ma ci sono contatti personali, relazioni e testimonianze personali. Vediamo nelle singole persone una chiamata personale di Dio».Ogni anno la comunità accompagna nuovi candidati al battesimo. A Tashkent, nella Veglia pasquale del 2026, sono state battezzate circa dieci persone, tra le quali anche bambini. La preparazione degli adulti è attenta: «Prepariamo le persone al battesimo in un cammino di un anno e mezzo. Ci sono, poi, fedeli già battezzati in altre Chiese cristiane: allora accompagniamo il loro ingresso nella Chiesa cattolica attraverso la professione di fede, riconoscendo la validità del battesimo già ricevuto».La vita della comunità è segnata anche dalla mobilità della popolazione. L’Uzbekistan ha conosciuto una forte crescita demografica negli ultimi vent’anni e molti giovani lasciano il Paese alla ricerca di opportunità di studio e lavoro all’estero. «Molte persone partono per cercare una vita migliore per sé e per i propri figli: vanno in Europa, in Corea, negli Emirati Arabi, in America, in diversi Paesi. Anche molti dei nostri cattolici sono andati via».Il dialogo nasce dalla vita quotidianaIn una società a maggioranza musulmana, la presenza cattolica si sviluppa attraverso rapporti di buon vicinato e forme di convivenza che il Vescovo considera una risorsa preziosa. «Abbiamo buoni rapporti con i musulmani. In Uzbekistan c’è una tolleranza che, a mio parere, ha radici antiche, risalenti ai tempi della Via della Seta. Allora non si scambiavano soltanto prodotti materiali, ma anche culture e religioni».Il paese, osserva Maculewicz, è abitato da persone provenienti da oltre 120 nazionalità differenti. Questa pluralità contribuisce a creare occasioni di incontro tra tradizioni religiose diverse. Il Vescovo ricorda un episodio vissuto a Samarcanda: «Una volta ero in taxi e il conducente musulmano mi raccontò che i suoi vicini erano un ebreo e un cristiano. Mi disse che festeggiavano insieme le diverse ricorrenze religiose: musulmani, cristiani ed ebrei. Questo mostra quanto possa essere naturale la tolleranza».Anche l’ospitalità quotidiana è una porta aperta al dialogo. «Gli uzbeki sono molto aperti e si interessano agli altri. Quando vedono qualcuno nel bisogno, si offrono con generosità. Se ti vedono per la prima volta, possono invitarti a casa e offrirti un tè». Per molte persone, aggiunge, è importante soprattutto sapere che l’interlocutore crede in Dio, più che conoscere la sua appartenenza confessionale.«C’è un’apertura al trascendente. Per questo la benedizione è qualcosa di importante: io benedico sempre le persone che incontro. Quando arriva un uomo di Dio, qualunque sia la sua fede, questo viene percepito come un valore». Questa disponibilità all’incontro, per il Vescovo, può favorire relazioni di fiducia e occasioni di testimonianza cristiana.Il dialogo si esprime anche nei rapporti con le istituzioni. In Uzbekistan opera un Comitato statale per gli affari religiosi, presso il quale è attivo un Consiglio che riunisce i rappresentanti delle diverse comunità religiose riconosciute. Maculewicz vi partecipa insieme a esponenti della Chiesa ortodossa, delle comunità armene, luterane e di altri gruppi religiosi: «È un luogo nel quale possiamo scambiare idee e dare il nostro parere al governo», spiega. «Quando è stata modificata la legge sulla registrazione delle nuove organizzazioni religiose, ci è stato chiesto anche di esprimerci. Abbiamo dato alcuni suggerimenti che sono stati presi in considerazione, e alcune cose sono state cambiate. Penso che questo sia positivo».La missione di tutti i battezzatiNel mese di ottobre, dedicato alle missioni, il Vescovo richiama la vocazione missionaria che appartiene a ogni cristiano: «Vorrei ripetere le parole di san Francesco Saverio: dobbiamo avere sempre uno spirito missionario in ogni momento, in ogni gesto della nostra vita. Gesù ci ha mandato ad andare e annunciare il Vangelo a tutti i popoli. Ha inviato tutti i battezzati, non soltanto i sacerdoti e i consacrati, ma anche i laici».In Uzbekistan, questa missione assume la forma discreta dell’incontro personale, dell’accoglienza e della testimonianza: «Come cattolici siamo presenti, costruiamo legami, accompagniamo chi si avvicina alla fede e offriamo uno spazio di preghiera a chi cerca una comunità».Da questa esperienza nasce anche la parola di speranza che Maculewicz usa quando pensa al futuro della Chiesa del Paese. Il Vescovo torna a un’immagine evangelica: quella del sale, che dà sapore, e del lievito: «Penso alla parabola di Gesù, quando ci dice che siamo il sale del mondo e lievito per il mondo. Basta poco sale per dare sapore alle vivande e basta un pizzico di lievito per far crescere la massa. Ci ispiriamo a questo, pensando cosa possiamo fare noi, piccolo gregge di cattolici in Uzbekistan, per cambiare il gusto, per dare sapidità a questa nazione».La risposta sta nella disponibilità ad ascoltare Dio e a seguirne la volontà: «Penso che il Signore abbia un progetto per noi. Sta a noi ascoltare la sua voce, fare la sua volontà e realizzare il suo piano per questa terra e per questo popolo».(Agenzia Fides 21/10/2026)

OFM Conv
Il Vescovo Jerzy Maculewicz a Tashkent

Il Vescovo amministra il Sacramento della Confermazione

Il Vescovo Maculewicz con i frati francescani conventuali

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