Post

ECAD, Incontro internazionale sulla prevenzione e il recupero dalle dipendenze, le conclusioni del Sottosegretario Mantovano

ECAD, Incontro internazionale sulla prevenzione e il recupero dalle dipendenze, le conclusioni del Sottosegretario Mantovano

MIL OSI –

Source: Government of Italy

L’intervento conclusivo del Sottogretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, all’Incontro internazionale di alto livello sulla prevenzione e il recupero dalle dipendenze, tenutosi a San Partrignano.

—–

Grazie a tutti voi, grazie alla Comunità di San Patrignano per la splendida accoglienza, grazie in modo particolare all’on. Letizia Moratti, cofondatrice di questa realtà che era esemplare in Italia e adesso lo è in Europa e nel mondo ancora di più dopo la giornata di oggi. 

Grazie a tutti i rappresentanti delle delegazioni che sono intervenuti in modo molto efficace, molto sintetico per necessità di tempo, ma molto efficace durante i lavori. 

Un ringraziamento particolare al Presidente Macron e agli amici francesi con cui condividiamo la presidenza di questa coalizione, e se potete permetterlo, un grazie particolare alle Forze di polizia che hanno lavorato incessantemente perché questo incontro si svolgesse in assoluta sicurezza e al Dipartimento per le Dipendenze della Presidenza del Consiglio che è stata l’anima pulsante dell’organizzazione di questi lavori, insieme con San Patrignano.

All’inizio dei nostri lavori oggi la Presidente Meloni ha descritto il luogo che ci ospita, San Patrignano, come “speciale, unico, eccezionale”, perché in esso si può cogliere “il significato concreto della parola “recupero””, ricorderete che si è molto soffermata sul senso etimologico del termine.

La visita che avete svolto nella tarda mattinata di oggi vi ha confermato in questa percezione. E colgo l’occasione per ringraziare i ragazzi che ci hanno fatto da guida nei vari settori. 

San Patrignano non è un caso isolato. Tra le ricchezze che l’Italia custodisce vi è la fitta rete di realtà che ogni giorno combattono la guerra, silenziosa ma vera, contro le dipendenze. Sono 587 i Servizi pubblici per le Dipendenze (SerD), strutture del Sistema Sanitario Nazionale, che occupano circa 6.000 specialisti tra medici, infermieri, assistenti sociali, educatori, psicologi; servizi capaci di dare assistenza nel solo 2025 a oltre 130.000 persone per problematiche legate all’uso di stupefacenti o di farmaci non prescritti. Le strutture terapeutiche sono 913, e sono dotate di una capacità ricettiva complessiva di circa 14.000 posti, gestite per oltre il 90% da organizzazioni del Terzo Settore.

È un modello complesso, frutto di un’originale combinazione tra pubblico e privato sociale, in un’ottica di complementarietà: i Serd con compiti principalmente di valutazione, presa in carico e definizione dei programmi terapeutici. 

Le comunità, a loro volta, non costituiscono un sistema monolitico. Presentano differenze interne, espressione delle differenti sensibilità che animano il settore: ciascuna di loro ha in qualche modo l’impronta del suo fondatore. Talune comunità hanno un orientamento prevalentemente educativo, altre sono votate a una maggiore integrazione tra interventi psicologici, psicoterapeutici e sanitari. Ed è una ricchezza tutta italiana, che permette di fare fronte alle variegate domande di percorsi di recupero. 

Ciascuna di queste realtà condivide però l’elemento portante del modello italiano della lotta alle dipendenze: una visione dell’Uomo in cui – come più volte oggi sottolineato dalla Presidente Meloni all’on. Moratti, fino al segretario generale del Consiglio d’Europa Berset -, non vi è solo il profilo sanitario e farmacologico, ma vi è la persona nella sua interezza. 

E colgo l’occasione per esprimermi, cari colleghi, col massimo della franchezza, come impone la materia e il contesto: se abbiamo come riferimento la persona, di permetto di proporre di non adoperare più una espressione, che pure ho ascoltato in più di un intervento, harm reduction. Immagino che sia stata ripresa in automatico, perché in uso da tempo. Propongo di metterla da parte perché è fuorviante: quando una persona è schiava di una sostanza, liberare quella persona non si ottiene continuando a somministrarle droga, se pure in quantità gradualmente inferiore. La si ottiene aiutandola ad allontanarsi completamente dalla fonte del suo asservimento. 

Sostituiamo quindi – è la proposta che mi permetto di avanzare per i nostri prossimi incontri – all’espressione ‘riduzione del danno’ l’espressione ‘recupero della persona’. Altrimenti non avrebbe avuto senso ritrovarsi qui a San Patrignano. 

Guardare alla persona significa poi che l’approccio deve essere sempre multidisciplinare, perché considera anche le condizioni psicologiche, familiari, relazionali, educative, sociali e lavorative della persona. È una impostazione che oggi ha un peso ancora maggiore alla luce dell’evoluzione del fenomeno.

E tutto ciò è basato sulla fiducia nella capacità di ogni donna e di ogni uomo di ricostruire sé stesso, se aiutato, in un’ottica di reinserimento integrale. Questa fiducia non anima soltanto gli operatori sul campo, anima anche le istituzioni.

Lo dimostra una delle più recenti iniziative cui ha fatto cenno la Presidente Meloni questa mattina: l’ampliamento, realizzato con la legge n. 140/206, della possibilità, per i tossicodipendenti, di fruire di misure alternative al carcere.

La legge ha previsto che i tossicodipendenti che hanno commesso un reato causato dalla propria dipendenza, per il quale vi è stata una condanna a pena detentiva, anche residua, fino a 8 anni di reclusione, possano accedere a programmi terapeutici socio-riabilitativi in forma di detenzione domiciliare in strutture come questa di San Patrignano.

È un salto culturale e operativo radicale: il carcere non può essere la sola risposta alla droga. Va data un’alternativa, e deve essere seria e concreta. 

Ma il modello italiano ha qualcosa di più: intanto ha la capacità di fare squadra. Non sempre è facile. Non è stato così in passato. Ma posso testimoniare che avviene con sempre maggiore intensità ed efficacia. Sta avvenendo, per esempio, nel contrasto alla diffusione del fentanyl e gli oppioidi sintetici. È il senso dello slogan che ha attraversato i lavori della 7^ conferenza nazionale sulle dipendenze, tenutasi in Italia nel novembre 2025, “insieme si può”.

E in più vi è pure il rigore scientifico che ispira le nostre politiche, che hanno senso solo se fondate sulle evidenze fornite dal mondo universitario e della ricerca, abbandonando le prospettive ideologiche che hanno condizionato e condizionano ancora in modo negativo. Grazie agli accordi sottoscritti con diversi atenei nazionali, possiamo contare sulle analisi tossicologiche sul territorio, fondamentali per offrire un quadro approfondito e aggiornato sull’effettiva diffusione delle sostanze. A ciò si aggiungono le indagini statistiche per il rilevamento del fenomeno.

Proprio l’attenzione al dato di realtà offerto dal mondo scientifico ci conforta nell’assumere scelte difficili, volte anzitutto alla protezione dei minori.

È avvenuto lo scorso anno, quando abbiamo affrontato il problema della vendita di infiorescenze della Cannabis Sativa Linnaeus nei “cannabis shop”: numerosi esercizi commerciali non si limitano a vendere prodotti derivati dalla canapa privi di capacità drogante, come saponi, cosmetici, ecc. Vendono anche inflorescenze della cannabis e suoi derivati, contenenti una dose di THC erroneamente qualificata “leggera”.

A parte che è complessa la verifica, in concreto, del rispetto dei limiti di principio attivo presente nei prodotti venduti, da parte della autorità di polizia, il fenomeno ha avuto effetti devastanti sul piano della prevenzione, perché instilla, soprattutto nei più giovani, la falsa idea di legalizzazione della cannabis, se pure impropriamente definita “light”. 

Con una legge del 2025 abbiamo finalmente ribadito che la commercializzazione di prodotti con efficacia drogante è sempre vietata, in linea peraltro sia con la normativa europea sia con la Convenzione Unica sugli Stupefacenti di New York del 1961.

Guardiamo con preoccupazione, cari colleghi europei, ad alcune iniziative normative europee attualmente in corso di negoziato: mosse dal condivisibile obiettivo di evitare distorsioni nel mercato unico, esse consentirebbero l’importazione di inflorescenze di cannabis con una quantità di THC seppure inferiore a una certa soglia. 

Riteniamo di vitale importanza vigilare, soprattutto adesso che il negoziato è in corso in sede europea, perché le filiere produttive legali della cannabis per scopi industriali non vengano strumentalizzate per usi impropri o illeciti, come la commercializzazione di infiorescenze per il consumo ricreativo: questo fenomeno rischia di eludere le restrizioni vigenti e di favorire la diffusione di quella che è a tutti gli effetti una sostanza stupefacente, vanificando l’impegno profuso ogni giorno.

Dalla dichiarazione di Rimini, da voi condivisa e che adottiamo al termine di questa giornata, come è stato anticipato dalla nostra amica giornalista Eva Crosetta, vengono fuori messaggi chiari: assumere stupefacenti non è una scelta di libertà; la prevenzione deve basarsi su dati scientifici; siamo tutti impegnati a mantenere elevato il livello di consapevolezza degli effetti nocivi del consumo di sostanze, soprattutto tra i giovani. 

In occasione della giornata internazionale contro la droga, lo scorso 26 giugno, ricevendo molto di noi al Quirinale, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ringrazio per la costante vicinanza, e anche per il messaggio che ha voluto mandarci, diceva che se tutto questo lavoro servisse per far uscire anche una sola persona dalla dipendenza dalla droga, comunque ne varrebbe la pena. 

È l’impegno che viene fuori dalla giornata di oggi. È quanto, con l’aiuto di Dio e con l’impegno di ogni Nazione e organizzazione qui rappresentata, da oggi faremo con convinzione e con forza, se possibile, ancora maggiori.

Grazie a tutti voi.