MIL OSI –
Source: The Holy See in Italian
mercoledì, 19 agosto 2026
Diocese of Ruteng
di Paolo AffatatoRuteng (Agenzia Fides) – «Continuiamo insieme a pregare per le vittime e per tutti coloro che si sono offerti volontariamente per aiutare. Crediamo che Dio si prende cura di noi. Il suo amore fedele non viene mai meno. Questa è la nostra più grande fonte di forza, mentre rimaniamo saldi nella speranza in mezzo a questa devastazione, causata dal terremoto». Parlando all’Agenzia Fides, Mons. Siprianus Hormat, Vescovo di Ruteng, diocesi sull’isola di Flores, rivolge accorate parole di fede e resilienza alla sua comunità, ferita dal violentissimo terremoto di magnitudo 7.7 che la mattina del 15 agosto 2026 ha sconvolto l’isola.La tragedia ha colpito quello che è storicamente e spiritualmente riconosciuto come il “cuore cattolico” dell’Indonesia. In una nazione a larghissima maggioranza musulmana, l’isola di Flores rappresenta un’autentica oasi della fede cristiana, dove oltre il 70% della popolazione è cattolica e dove la vitalità ecclesiale si manifesta in una fioritura costante di vocazioni sacerdotali e religiose che servono la Chiesa in tutto il mondo.Secondo i dati ufficiali, il bilancio aggiornato delle vittime è salito a 68 morti e oltre 213 feriti, mentre gli sfollati ammontano ormai a quasi 13.000 persone, costrette a vivere in tendopoli improvvisate a causa di uno sciame sismico che ha già superato le 2.100 scosse di assestamento.Le strade principali a Flores sono bloccate da imponenti frane, isolando interi villaggi e complicando i soccorsi, mentre i danni materiali contano oltre 1.300 abitazioni distrutte, scuole inagibili e decine di chiese e cappelle danneggiate. Nonostante le macerie e l’allerta tsunami iniziale che ha flagellato le coste, la diocesi di Ruteng si è alzata in piedi con coraggio. Accanto alla vicinanza spirituale espressa pubblicamente da Papa Leo XIV, la macchina dei soccorsi coordinata da Caritas è già in pieno movimento per guidare la popolazione verso una nuova alba di ricostruzione e speranza.Ecco l’intervista a Mons. Siprianus Hormat:- Mons. Hormat, il terremoto ha colpito l’isola all’improvviso. Qual è l’impatto reale di questa tragedia sul territorio?«Questo terremoto ha avuto un impatto profondamente devastante. Sono state perse delle vite e sono stati distrutti anche i frutti degli anni di duro lavoro della nostra gente: le case sono state ridotte in rovina, gli orti e i raccolti sono stati danneggiati, e chiese e cappelle sono state gravemente colpite. Il futuro che la nostra gente aveva costruito con tanta fatica e nel quale aveva riposto le proprie speranze è stato sconvolto da questo terremoto. Ciò che rende questa tragedia ancora più dolorosa è che il terremoto ha colpito improvvisamente, senza preavviso e senza alcuna possibilità di preparazione. In pochi istanti, così tanto è stato distrutto. Ciò che rimane sono devastazione, lacrime e un profondo dolore».- Come sta vivendo questi giorni difficili nel suo ministero di Vescovo e Pastore di una comunità così duramente provata?«In questi giorni difficili, in seguito al terremoto che ha colpito la mattina di sabato 15 agosto 2026, cerco di parlare alla gente con cuore di Pastore, cerco di dare un po’ di conforto e consolazione visitando i profughi e i malati. Condivido il dolore, le paure e le speranze degli sfollati. Lo faccio non soltanto perché molte chiese e cappelle sono state distrutte e anche gli edifici della diocesi hanno subito danni, ma soprattutto perché condivido la sofferenza della mia gente e desidero restare vicino alle persone a me affidate, in questo tempo di profonda tribolazione e di prova. Il mio motto episcopale, “Omnia in caritate”, è fonte di ispirazione per le mie azioni. Nel contempo, invito tutti a rimanere uniti nella fede e ad affrontare insieme questa difficile situazione con compassione, coraggio e speranza».- Vedendo lo stato di distruzione, si potrebbe cadere nello sconforto. Dove si trova la forza per ripartire?«Non possiamo rimanere fermi nel nostro dolore. La domanda che ci sta davanti è: che cosa possiamo fare insieme da questo momento in poi? Dopo essere stati messi in ginocchio, desideriamo rialzarci con l’aiuto di Dio e con la nostra solidarietà reciproca. È proprio qui che la fede cristiana diventa una profonda fonte di forza. Dal punto di vista umano, tutto può sembrare oscuro. Possiamo sentirci impotenti e sopraffatti. Eppure, anche in mezzo alla nostra fragilità, possiamo ancora sperimentare la grazia di Dio e la sua amorevole presenza. Come ci ricorda l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani (Rm 8,11), noi crediamo che il Dio che ha vinto la morte attraverso la Risurrezione possa far sorgere una nuova alba anche nell’oscurità di questa tragedia. Anche in mezzo alla devastazione causata dal terremoto, confidiamo che Dio ci guiderà dalla sofferenza verso la speranza e il rinnovamento, la ripresa, la luce».- Subito dopo il sisma lei ha lanciato un forte appello pastorale. Qual è il messaggio centrale rivolto ai fedeli e ai sacerdoti?«Nell’appello pastorale che ho rivolto immediatamente dopo il terremoto, ho invitato tutti i fedeli, insieme ai sacerdoti, a rimanere saldi nella speranza. Questa speranza è fondata unicamente sull’amore fedele di Dio, che rimane con noi anche in mezzo a questa calamità e all’oscurità che ha avvolto le nostre vite. Questa speranza si traduce concretamente nel nostro impegno per aiutare e sostenere le vittime, così come negli sforzi comuni della diocesi per rispondere a questa calamità».- Sul piano pratico, come si sta muovendo la comunità di Ruteng per portare i primi aiuti d’emergenza alle famiglie colpite?«Attraverso le parrocchie e le istituzioni della diocesi, abbiamo immediatamente fornito assistenza di emergenza alle vittime. Abbiamo messo a disposizione tende per le persone colpite in diverse parrocchie, allestito un punto di assistenza per i pazienti presso l’Ospedale regionale di Ruteng, abbiamo raccolto aiuti in diversi luoghi e istituito centri di assistenza. Queste iniziative sono state coordinate dalla Caritas e dal Centro pastorale della diocesi di Ruteng. Altrettanto importante è la raccolta sistematica e la verifica dei dati relativi alle persone colpite, in collaborazione con le competenti istituzioni governative. Questi dati sono essenziali per garantire che gli aiuti possano essere distribuiti in modo rapido, efficace ed equo».- Le scosse di assestamento continuano a fare molta paura alla popolazione. Quali contromisure avete adottato per le celebrazioni liturgiche?«Abbiamo adottato misure di prevenzione in risposta alle numerose scosse di assestamento. Ho esortato i parroci a celebrare le messe in spazi aperti e sicuro, anziché all’interno delle chiese, delle cappelle o di altri edifici. E la gente ci sta dando una grande dimostrazione di fede, le celebrazioni sono partecipate con intensità spirituale».- Oltre al cibo, alle tende e alla sicurezza materiale, di cos’altro ha bisogno la popolazione di Flores in questo momento?«Naturalmente, la nostra risposta non si limita al solo aiuto materiale. Altrettanto importanti sono il sostegno spirituale e quello psicologico alle vittime. Attraverso i nostri sacerdoti, i religiosi e le religiose, e l’équipe pastorale, insieme a laici competenti, accompagniamo le vittime mediante una pastorale della presenza, con percorsi di guarigione dal trauma e anche con la preghiera comunitaria, che aiuta a lenire le ferite ed è come un balsamo per l’animo di ognuno».- Guardando oltre l’emergenza, come vi state organizzando per il futuro e la ricostruzione?«Ci stiamo impegnando, già da ora, a guardare oltre l’immediato post-terremoto, cioè ad andare oltre l’emergenza del momento, per cominciare a pensare alla situazione successiva con i diversi interventi di riabilitazione e ricostruzione, in collaborazione con il Governo e con gli altri soggetti interessati. Continuiamo a pregare per le vittime e per tutti coloro che offrono volontariamente le loro mani, il loro aiuto, le loro energie, per aiutare gli sfollati. Crediamo che Dio si prende cura di noi. Il suo amore fedele non viene mai meno. Questa certezza ci fa andare avanti e ci fa guardare al futuro con speranza, vedendo già ora il bene che verrà».(Agenzia Fides 19/8/2026)
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